“Stai zitta”

Pubblicato: 16 aprile 2021 in RACCONTI

Michela Murgia lancia il manifesto di cori di voci, al femminile, che rispondo alla domanda: quale è la frase sessista che non vorresti più sentire?

Io qui sotto ho riproposto il mio, perchè fin ora non ho visto, nel video donne di altre etnie, che manifestano il loro disappunto.

Il femminismo contemporaneo, se non è intersezionale, non è femminismo.

GENTRIFUGATION NERA INTELLETTUALE

Pubblicato: 15 aprile 2021 in RACCONTI

da HuffPost c’è un articolo interessante di una autrice/ giornalista, presumo, afro italiana, se si vuol chiamare in questo modo ( c’è un dibattito molto acceso tra i ragazzi di seconda generazione , alcuni si definiscono italiani , altri solo africani e altri, bho, non so.) #NadeeshaUyangoda, che ha scritto un libro, il cui titolo richiama molto quello di Virginia Wolf, “L’unica persona nera in una stanza”. Nel suo libro si parla di ragazzi di seconda generazione, figli di immigrati, che vivono in Italia , in un ambiente di bianchi. Nell’articolo si discute, soprattutto del riconoscimento da parte della società italiana, dell’identità afro- italiana o di neri che vivono in Italia, quasi inesistenti nelle cariche pubbliche, private e nelle liste elettorali. La non percezione del nero e soprattutto delle sue possibilità nel campo politico , lavorativo e sociale deriverebbero dal colore della pelle. Il #colorismo, non può essere una derivazione del razzismo. il colorismo è relativo ai gruppi interni di neri o comunque di persone della stessa etnia ma di “sfumature” differenti, mentre il razzismo è sistemico e legato al colonialismo. Questo è solo un appunto fondamentale, per sottolineare, che molti ragazzi di seconda generazione scrivono, senza approfondire o conoscere etimologicamente certe parole, copiate, traslate da teorici intellettuali afro- americani o afro-francesi o semplicemente afro- discendenti.

In Italia non esistono solo i figli di migranti, e questi non possono e non devono rappresentare tutti i neri presenti sul territorio italiano. Molto spesso, non c’è stata una relazione tra figli di migranti per sentimenti di risentimento nazionale o di “paura” nel confrontarsi con altre etnie. Negli anni ’90 e successivamente, c’è stata una migrazione massiccia dall’Africa: prima sono arrivati gli uomini, poi le mogli con figli e nonostante, questo incontro tra gente, i ragazzi trovandosi nelle scuole , non sono riusciti a comunicare tra loro; c’è stato bisogno dell’avvento di internet e dei social media per creare gruppi, legami ed incontri.

La nascita di blog, di gruppi di afro-discendenti in facebook o in altri social media, permette un accostamento intimo, nel senso dei dibattiti e discussioni , spesso personali o legati ad aggressioni razziste subite, ma non un avvicinamento fisico.

Sono uniti nella lotta, nel condividere certi termini e certi atteggiamenti, ma il tutto deve rimanere etereo, salvo qualche manifestazione sporadica; e anche in questi gruppi subentra il famigerato #policycorrect : usare solo certi termini, avere un unico orientamento politico, logico e filosofico.

Concludendo: siamo veramente sicuri che in Italia esistono solo questi neri ?Purtroppo i social media stanno pubblicizzando e analizzando solo la vita di alcuni neri, figli di immigrati, trentenni o ventenni che da soli pochi anni, scrivono riflettendo sulla loro vita personale, giocando con termini che non ci appartengono : c’è una #gentrifugation intellettuale da non sottovalutare.

Per quanto mi riguarda da donna nera, adottata, quarantenne e italiana, spesso non mi ritrovo nei loro discorsi e per questo tacciata.

Non ha senso dire alle nostre figlie:

“Il corpo è mio e decido io ! “
“Io posso decidere all’ultimo di dire di no!”
” posso far sesso con chi voglio!”

Non so in quale posto del pianeta viviate..io vivo al nord, a Bergamo e so di certo che certe cose non si possono ancora liberamente dire o fare, altrimenti si diventa immediatamente un outsider, bordeline o bullizzata. Perchè?
Per colpa degli obiettori di coscienza,
Per colpa di alcune donne stupide , come quella del video che spiega come provocare un uomo..

https://m.facebook.com/story.php?story_fbid=2598157607143112&id=1520003401625210


( se attizzi il fuoco, poi non puoi scappare!!)


Per colpa di altre donne o amiche che nel momento della difficoltà o spariscono, o sono troppe impegnate o mettono un emotion.
Per colpa di uomini retrogradi che pensano di essere più di noi donne.

Ci sono molte ragazze che si “vestono” di slogan, sentiti, letti o semplicemente ascoltati ma non sono in grado di contestualizzare o comprendere a fondo le parole espresse.

La società è cambiata e, nonostante le lotte delle nostre madri e sorelle femministe, un pò più grandi di noi, una rivoluzione culturale plurima , soprattutto per i maschietti, non c’è stata del tutto.

Si, è vero, io posso eticamente, poter andare in giro, vestita come desidero ma, le conseguenze sono ben altre rispetto al combattere un potenziale stupratore con slogan ad- hoc .

Non ce n’è, nonostante siamo in questo maledetto anno, gli uomini non sono ancora riusciti a vederci come compagne, alleate, amiche, amanti e non solo strumenti per il loro piacere e bastoni per la loro vecchiaia.

Allora cosa abbiamo omesso nel discorso femminista?

Secondo, Meagan Tyler abbiamo parlato di un femminismo mainstream ma non di liberazione.

“Il femminismo non riguarda la “scelta”, ma la liberazione delle donne. Il femminismo che si trova in giro più facilmente, quello più mainstream, non menziona mai la liberazione delle donne, opta invece per una celebrazione della “scelta”. Leggo quasi tutti gli articoli online sul femminismo e i commenti subito si trasformano in un dibattito sulla scelta. Non sembra importare quale sia l’argomento, le persone si affrettano a ridefinire il problema come diritto di scelta delle donne. Ciò fornisce un netto diversivo dal parlare delle più grandi strutture di potere e norme sociali che limitano le donne, in molti modi diversi, in tutto il mondo. È stato un mese importante per “il femminismo della scelta”. A fine Marzo, l’impero della rivista di moda Vogue ha lanciato un video “My Choice” in India come parte della campagna di Vogue Empower che, letteralmente, ha ridotto l’empowerment delle donne a una serie di scelte.
Il video è diventato virale e, come ha notato il giornalista indiano Gunjeet Sra, l’ipocrisia di un settore basato sul feticismo, l’oggettificazione e il rafforzamento degli standard sessisti di bellezza sulle donne è stata in gran parte ignorata.
Questo marchio liberale del “femminismo della scelta” è seguito alla sua logica, seppur assurda conclusione, quando un candidato liberaldemocratico nelle imminenti elezioni del Regno Unito ha cercato di spiegare le riprese di lui che faceva una lap dance in uno strip club. Apparentemente, tutto faceva parte della sua missione femminista per aiutare a “dare potere alle donne di fare scelte legali, non per giudicare le scelte legali che fanno”.
Anche Playboy ha recentemente deciso di ponderare i punti più sottili della teoria femminista e si è espresso a favore del diritto di una donna di essere sottoposta allo sguardo pornografico. Che, convenientemente, si adatta molto bene al proprio piano industriale, naturalmente.
Prima di tutto, gli argomenti di scelta sono fondamentalmente errati perché assumono un livello di libertà assoluta per le donne che semplicemente non esiste. Sì, facciamo delle scelte, ma queste sono modellate e costrette dalle condizioni disuguali in cui viviamo. Avrebbe senso solo celebrare acriticamente la scelta in un mondo post-patriarcale.
L’idea che più scelte equivalgano automaticamente a una maggiore libertà è una menzogna. Essenzialmente è questo che si limita a vendere il neoliberismo con un tocco femminista. Sì, le donne ora possono lavorare o restare a casa se hanno bambini, ad esempio, ma questa “scelta” è piuttosto vuota quando l’educazione dei figli continua a essere costruita come “lavoro delle donne”, non vi è sufficiente sostegno statale per l’infanzia e le donne sono accusate di essere egoiste. L’attenzione alle scelte delle donne si è tradotta in un perverso tipo di victim blaming e in una distrazione dai problemi reali che le donne devono affrontare. Se non sei felice di come stanno le cose, non incolpare la misoginia, il sessismo, il divario salariale, i ruoli di genere radicati, la mancanza di rappresentanza delle donne nei consigli di amministrazione o in parlamento, o un’epidemia di violenza contro le donne. Biasima te stessa. Ovviamente hai fatto la scelta sbagliata.
Come sottolinea la sociologa Natalie Jovanovski nel suo capitolo Freedom Fallacy, non sorprende che questo tipo di femminismo liberale sia diventato un punto di riferimento. Privilegiando la scelta individuale sopra ogni altra cosa, non mette in discussione lo status quo.
Non richiede significativi cambiamenti sociali e mina efficacemente le richieste di azione collettiva. Fondamentalmente, non ti chiede niente e non offre nulla in cambio. La pornografia viene rinominata come emancipazione sessuale.
La labioplastica è vista come utile miglioramento cosmetico. L’oggettificazione è il nuovo potere.
La giornalista Sarah Ditum ha definito il “Puoi essere una femminista e …”. Come se il vero problema dei progressi delle donne fosse se possiamo o meno vivere un ideale femminista favoleggiato.
Così approfondita è l’individualizzazione del “femminismo della scelta” che quando le donne criticano particolari industrie, istituzioni e costruzioni sociali, vengono spesso accolte con l’accusa di attaccare le donne che vi partecipano. L’importanza di un’analisi a livello strutturale è stata quasi completamente persa nella comprensione popolare del femminismo.
A titolo di confronto, sembrerebbe piuttosto ridicolo suggerire che criticando il capitalismo un marxista stava attaccando i lavoratori salariati. Allo stesso modo sembrerebbe molto strano suggerire che coloro che criticano il Big Pharma odiano le persone che lavorano nelle fabbriche farmaceutiche. O che quelli che mettono in dubbio la nostra dipendenza culturale dal fast-food lo fanno per i ragazzi dietro il bancone di McDonalds.
In definitiva, la promozione della “scelta” – e il mito di un’uguaglianza già raggiunta – hanno ostacolato la nostra capacità di sfidare le stesse istituzioni che trattengono le donne. Ma la lotta non è finita. Molte donne stanno riaffermando che il femminismo è un movimento sociale necessario per l’uguaglianza e la liberazione di tutte le donne, non solo banalità sulla scelta.”

E LI’ TI TROVO

Pubblicato: 28 maggio 2020 in RACCONTI

I miei viaggi durati anni e mai finiti: un miscuglio di odori, di razze e di cibo, sballottata di qua e di là dal vento e dalla curiosità, occhi attenti a tutto ciò che è nuovo. La melodia degli idiomi parlati e dei discorsi ascoltati che si insuano nei gesti di svariate vite quotidiane: iniziali e cordiali approcci, che con il passare del tempo e della confidenza conquistata, si trasformano in melange di accenti gravi e scherzosi; le tre parole di rito : – Buongiorno, Come stai ?, Grazie. – e il susseguirsi di maestranze, di sguardi guardinghi e solari. La natura, ingombrante, oltraggiosa, osservatrice: è lei che supera la misura ordinaria della nostra solita percezione. Non siamo in città , non siamo a casa ma siamo ritornati alla nostra Madre Terra, conosciuta fin dai tempi che furono, dimenticati con il passare delle ere. Rinasco di fronte alla semplicità terrena; rinasco, passeggiando nelle foreste incontaminate, facendomi accarezzare dalle foglie di rami di alberi rigogliosi e templari; rimpiango questa semplicità nel nutrirmi dagli alberi, nel passeggiare in mezzo alle vacche o ad altri animali nascosti, di odorare aria pulita e ormai per me malsana: troppo pura. Così ho scelto di partire, all’improvviso lasciandomi tutto alle spalle per trovare una speranza contro tutto l’odio che ricevo, per trovare nuove strategie di resilienza che devo mette in atto, ogni giorno per non perdere me stessa; devo correre verso la Madre Terra, lei mi può salvare, lei mi può capire perchè mi conosce da quando il mio pensiero si è fatto donna. E lì ti trovo, figlia mia, in un villaggio sperduto, su un isola poco abitata. Per raggiungerti ho dovuto prendere due aerei, un bus e una barca, ma tu eri lì ad aspettarmi. Inizialmente non ti ho vista, anche se sei già in mezzo a loro, ai bambini famelici e urlanti, che fanno a gara per essere al centro dell’attenzione. Tu esile, come una piuma, ti avvici in punta dei piedi; indossi un semplice vestitino rosso, il mio colore preferito, lungo fino alle gambe magre e timide e una stoffa scura che ti copre la testa e il viso. Ti sei avvicinata anche tu piano piano perchè, vuoi mangiare con noi, sorridi, non vuoi essere accarezzata; guardi noi, gente forestiera, anche se sono nera come te, incroci i nostri sguardi e poi scappi ridendo. Io inebetita dall’allegria spontanea dei tuoi fratelli, ti guardo, cerco di raggiungerti, allungando il mio dito impregianto di crema solare, pronta a disegnarti una mia impronta sul tuo viso. Tu vedi gli altri divertiti con le facce dipinte di bianco, allora decidi di venire verso di me; ora posso accarezzarti solo con un dito, poi con una mano , infine con lo sguardo . Le nostre mani non si separeranno più per tutta la giornata: durante le passeggiate per il villaggio, alla casa costruita sul Baobab e mentre canti con i tuo fratelli. Ti ho sognata, prima di incontrarti, mi ricordo solo i tuoi occhi grandi e silenziosi: eri lì accanto a me che guardavi seriamente il continuo trafficare della mia vita caotica fatta di rabbia, delusioni e pochi momenti sereni. Devo andare, non possso stare sola qui con te, gli altri non lo permetterebbero; non so come ti chiami, non te l’ho chiesto, non era importante; devo correre, devo combattere le mie battaglie e ora anche per te, cara figlia ritrovata.

ABBIAMO PERSO

Pubblicato: 18 aprile 2020 in RACCONTI

La mente corre …il corpo sta fermo…

“Chi la dura la vince”…”
Ci hanno sopraffatto, ci hanno schiacciato..ora ognuno di noi..deve cavarsela da solo.
I 30 enni, i 40 enni, i 50 enni hanno fallito non avendo avuto la lungimiranza di prevedere che questo benessere non sarebbe potuto durare per sempre..sopraffatti dai sogni e progetti personali, li rincorrevano;  abbiamo perso il senso dell’essere umano..stare vicini, stare insieme..
E soprattutto lottare contro il sistema capitalista globalizzato, quella parte più becera e disumana che ci sia come l’assimilazione e il livellamento morale e valoriale..
Schiavi siamo : aneliamo al successo  alla carriera , al benefit, all’oggetto prezioso..
E la salute? Uff..questa volta è andata bene, per ora, anche se il cuore mi correva a mille !!
Pandemia, quarantena, covid, vaccini, mascherine,  tamponi, complotti, polveri sottili, positivi, negativi, app , TU  PUOI, io non posso, fase 2 , fase 3, si riapre, suicidi, abbandoni, ABBIAMO FAME,isolamento, pazzia, bambini soli, niente arte, niente aperitivi, STATUS ONLINE, incertezza, QUANDO?
Le parole fanno da contorno ad un quadro da delineare e mostrare, da capo,  di nuovo.
Buona rinascita …una nuova vita ci aspetta..
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Virus words

ROKIA TRAORÈ, MOTHER SHAMING

Pubblicato: 13 marzo 2020 in RACCONTI

La polizia francese ha arrestato Rokia Traoré, cantante maliana di successo.

Secondo quanto dichiarato dal suo avvocato, la cantante maliana è stata fermata martedì quando è scesa dall’aereo all’aeroporto di Roissy-Charles de Gaulle, vicino a Parigi. L’artista è stata fermata a causa di una lunga vertenza che la vede opposta all’ex compagno per la custodia della figlia

Il mandato di arresto internazionale è stato emesso alla fine dell’anno scorso dalla giustizia belga. In esso, Rokia Traoré è accusata di «rapimento e detenzione di ostaggi». A essere stata «rapita» è la figlia che la cantante ha avuto dal suo ex compagno belga, Jans Goosens. Il Tribunale di Bruxelles ha affidato la custodia esclusiva della figlia al padre, una decisione contro la quale la cantante ha fatto appello.

Martedì sarebbe arrivata da Bamako per recarsi proprio in Belgio, dove avrebbe partecipato all’udienza dinanzi alla Corte d’appello di Bruxelles. È stata arrestata durante il trasbordo a Parigi. Secondo l’avvocato, Rokia Traoré si rifiuta di consegnare la figlia all’ex compagno perché è stata presentata contro quest’ultimo una denuncia per pedofilia.

NB: L’80%  delle famiglie monoparentali è gestito principalmente o esclusivamente da madri. Il 40% di queste donne non riceve pagamenti di mantenimento. Tuttavia, ciò non toglie ai padri la loro autorità genitoriale, né il diritto di accesso dopo essere stati assenti per un lungo periodo. La storia di Madame Traoré mostra come le madri vengono individuate: la loro testimonianza viene messa in discussione, finché un giorno i bambini non saranno in grado di esprimersi su fatti gravi come la violenza o violenza sessuale che hanno subito. La giustizia dovrebbe essere protettiva nei confronti delle vittime e non dalla parte dei carnefici.

La storia di Madame RokiaTraoré dimostra le disfunzioni della giustizia belga nei confronti delle madri single. Queste disfunzioni sono tanto più discriminanti quando la madre è di origine non UE, in altre parole “razzializzata”. In effetti, la storia di Madame Traoré mostra che un padre assente, che non contribuisce finanziariamente ai bisogni del bambino, mantiene i suoi diritti parentali. Può in qualsiasi momento andare in tribunale e far condannare il bambino che ha assunto tutti gli oneri emotivi, educativi e finanziari del bambino. Inoltre, è un’aberrazione che Madame Traoré subisca quella che viene chiamata “Mother Shaming” dalla giustizia belga perché ha una carriera internazionale e sembra che abbia le condizioni giuste nel suo paese d’origine per conciliare la sua vita privata e professionale. Questo stesso argomento non viene utilizzato contro il suo ex compagno che è assente due settimane al mese per esercitare le sue funzioni di direttore all’estero e non sembra essere un ostacolo alla custodia esclusiva sotto la giurisdizione belga . Le madri single sono continuamente considerate responsabili per il disinteresse e la cessione dei figli da parte dei padri.

Molte donne immigrate hanno sollevato questo problema, nell’incapacità di ottenere giustizia e aiuti finanziari da parte dell’ex marito o compagno.

Le donne comunemente più colpite sono quei soggetti considerati ” deboli” dal sistema giudiziale e quindi, non ritenute idonee nell’esprimere opinioni o compiere delle scelte corrette; donne che devono essere aiutate o perfino assistite.

Donne straniere in terra d’altri, donne disoccupate, donne che hanno fatto scelte diverse rispetto a ciò che si aspettava da loro e quindi abbandonate o allontanate..donne che lottano, che soffrono, che proteggono i loro figli, non vanno lasciate sole , non vanno imbavagliate ed imprigionate ma ascoltate e create leggi per tutelare la loro esistenza.

 

COVID – 19

Pubblicato: 12 marzo 2020 in RACCONTI

Provate ad immaginare..

Fuori dal caos quotidiano: clacson, urla, frenate improvvise, suonerie dei cellulari, le chiacchiere al cellulare, i saluti, i sorrisi, le chiacchierati urlanti al bar, il tintinnio di uno o più brindisi, lo sbuffare della macchina del caffè, l’ammiccare, le grida dei bambini al parco, fuori dalla scuola, le risate in strada, sui mezzi, i concerti, il cantare sopra le note ..

Silenzio ..cinguettio…silenzio.. lo scivolio delle ruote di un auto…silenzio…il guaire di un cane…silenzio… le sirene di un autoambulanza..silenzio..le sirene…silenzio..le urla..silenzio…i pianti…silenzio..la paura.

Qualcuno dice che era necessario  fermarsi, ce ne era bisogno: troppa frenesia, troppa indifferenza, troppa cattiveria..

Ma ora troppi morti, troppo dolore..

Nel dolore si cresce, si cambia, dicono altri.. il dolore lascia cicatrici e ognuno avrà le sue come simboli eroici  che indicano la nostra sopravvivenza  .

IO SONO ANCORA QUI !!!

L’ironia vs violenza

Pubblicato: 12 marzo 2020 in RACCONTI

“Una vera donna africana non si offende quando suo marito la tradisce, si interroga“; “La vera donna africana fa un massaggio a suo marito che ha male dappertutto a forza di picchiarla“.
Sarcasmo per la difesa della violenza
#vraiefemmeafricaine

La vera donna africana

Ripropongo una poesia che avevo scritto qualche anno fa…

NON HO NIENTE.

NON HO NIENTE, NON HO NIENTE,

HO UN BRACCIO ROTTO, IL VOLTO TUMEFATTO,

NON  RIESCO PIU’ A REGGERMI SULLE GAMBE TREMOLANTI, MA

NON E’ NIENTE.

COSA VUOI ?

UN INSULTO, UNA SPINTA PER DIRMI CHE TI DEVI MUOVERE.

EH, GIA’ SONO TROPPO LENTA.

NON E’ NIENTE, LO FACCIO PERCHE’ LUI ALTRIMENTI SI SENTE INUTILE

E PER ME, NON E’ NIENTE.

TUTTO PASSA, LE FERITE SCOMPARIRANNO, E IO POTRO’ CAMMINARE PIU’ VELOCE, COME VUOLE LUI.

NON E’ NIENTE SE HO I CAPOGIRI E SE INCIAMPO SPESSO PERCHE’, LUI

SI, LUI E’ VICINO A ME E MI GUARDA CADERE, MI ASPETTA E MI DICE CHE L’HA FATTO APPOSTA A FARMI LO SGAMBETTO PER CAPIRE SE IO ERO GUARITA….

NON E’ NIENTE , DOMANI C’E’ IL SOLE E IO POTRO’ USCIRE A FARE LA SPESA,

NON E’ NIENTE, DOMANI CON IL SOLE , IO

LO UCCIDERO’.

 

 

EL VIOLADOR ERES TU

Pubblicato: 30 novembre 2019 in RACCONTI

È questo il manifesto che tutte le donne dovrebbero cantare e “fissarsi” in testa: un canto contro la violenza sulle donne, ideato dalle donne cilene.

El violador eres tú

El patriarcado es un juez
que nos juzga por nacer.
Y nuestro castigo
es la violencia que ya ves
ìEs femicidio
Impunidad para mi asesino
Es la desaparición
Es la violación
Y la culpa no era mía
Ni dónde estaba
Ni cómo vestía
El violador eres tú,
El violador eres tú
Son los Pacos (policías)
Los jueces
El estado
El presidente
El estado opresor
es un macho violador
El violador eres tú

https://m.facebook.com/story.php?story_fbid=2844545488931115&id=879771572075193

 

 

 

 

 

 

HOW TO BE BRAVE

Pubblicato: 21 settembre 2019 in RACCONTI

Dalla rivista del Nytimes,  In Her Words, la giornalista Alisha Haridasani Gupta, si interroga cosa significa e come essere una donna coraggiosa io aggiungerei anche brava , visto il sillogismo della parola inglese con quella italiana. Gupta , cita Reshma Saujani, fondatrice e amministratrice delegata di Girls Who Code, che afferma in modo chiaro:

“ Bravery in our culture right now has become a privilege for men.”

The failure wasn’t the end of the world.

Brave Not Perfect,” about the fear of failure.

So why is failure so scary for so many women?

It stems from years of cultural and social conditioning, Saujani said, an assertion that has been supported by several studies. “From a very young age, we tell our girls to smile pretty, play it safe, get all A’s,” she said. Boys, meanwhile, are encouraged to play rough, break things, fall hard and get back up.

In an effort to dismantle the perfectionist ideal, Saujani has been airing her personal failures and vulnerabilities publicly on Instagram with the hashtag #FailureFriday — like losing her son in public and failing her practice driver’s test.

She also challenges her followers to make bolder choices in their own lives — and share them. As she writes in her book, bravery is a muscle and it requires consistent, daily flexing.

Nell’articolo si discute del fatto che una donna coraggiosa non ha paura di esprimere le proprie opinioni e soprattutto fallimenti. Fallire non è la fine del mondo , non bisogna sentirsi in colpa perchè non ci siamo comportate da brave ragazze: sorridenti, disponibili e servizievoli. Fallire, può significare reinventarsi un ‘altra vita, un’altra professione, mettersi in discussione, aggiungo, perchè quando ci accorgiamo che anche il nostro aspetto psicofisico sta crollando, non riesce più a sopportare  o non siamo più in grado di resistere sia a discriminazioni, violenze verbali ed insubordinazioni di colleghi o responsabili poco adatti nel compiere quel ruolo, è giusto salvarsi.

Essere coraggiose non significa far carriera a dispetto degli altri, usando mezzucci di bassa lega come diffamare, spettegolare e offendere; essere coraggiose non significa resistere in un ambiente lavorativo ostile e di stampo prettamente maschilista: non si resiste ma è necessario attuare una forma di resilienza sia fuori che dentro il mercato lavorativo per non essere assoggettate a tutte quelle forme di buon servilismo che gli uomini ci chiedono: la dignità e l’autenticità sono le forze che ci permettono di salvarci.