E LI’ TI TROVO

Pubblicato: 28 maggio 2020 in RACCONTI

I miei viaggi durati anni e mai finiti: un miscuglio di odori, di razze e di cibo, sballottata di qua e di là dal vento e dalla curiosità, occhi attenti a tutto ciò che è nuovo. La melodia degli idiomi parlati e dei discorsi ascoltati che si insuano nei gesti di svariate vite quotidiane: iniziali e cordiali approcci, che con il passare del tempo e della confidenza conquistata, si trasformano in melange di accenti gravi e scherzosi; le tre parole di rito : – Buongiorno, Come stai ?, Grazie. – e il susseguirsi di maestranze, di sguardi guardinghi e solari. La natura, ingombrante, oltraggiosa, osservatrice: è lei che supera la misura ordinaria della nostra solita percezione. Non siamo in città , non siamo a casa ma siamo ritornati alla nostra Madre Terra, conosciuta fin dai tempi che furono, dimenticati con il passare delle ere. Rinasco di fronte alla semplicità terrena; rinasco, passeggiando nelle foreste incontaminate, facendomi accarezzare dalle foglie di rami di alberi rigogliosi e templari; rimpiango questa semplicità nel nutrirmi dagli alberi, nel passeggiare in mezzo alle vacche o ad altri animali nascosti, di odorare aria pulita e ormai per me malsana: troppo pura. Così ho scelto di partire, all’improvviso lasciandomi tutto alle spalle per trovare una speranza contro tutto l’odio che ricevo, per trovare nuove strategie di resilienza che devo mette in atto, ogni giorno per non perdere me stessa; devo correre verso la Madre Terra, lei mi può salvare, lei mi può capire perchè mi conosce da quando il mio pensiero si è fatto donna. E lì ti trovo, figlia mia, in un villaggio sperduto, su un isola poco abitata. Per raggiungerti ho dovuto prendere due aerei, un bus e una barca, ma tu eri lì ad aspettarmi. Inizialmente non ti ho vista, anche se sei già in mezzo a loro, ai bambini famelici e urlanti, che fanno a gara per essere al centro dell’attenzione. Tu esile, come una piuma, ti avvici in punta dei piedi; indossi un semplice vestitino rosso, il mio colore preferito, lungo fino alle gambe magre e timide e una stoffa scura che ti copre la testa e il viso. Ti sei avvicinata anche tu piano piano perchè, vuoi mangiare con noi, sorridi, non vuoi essere accarezzata; guardi noi, gente forestiera, anche se sono nera come te, incroci i nostri sguardi e poi scappi ridendo. Io inebetita dall’allegria spontanea dei tuoi fratelli, ti guardo, cerco di raggiungerti, allungando il mio dito impregianto di crema solare, pronta a disegnarti una mia impronta sul tuo viso. Tu vedi gli altri divertiti con le facce dipinte di bianco, allora decidi di venire verso di me; ora posso accarezzarti solo con un dito, poi con una mano , infine con lo sguardo . Le nostre mani non si separeranno più per tutta la giornata: durante le passeggiate per il villaggio, alla casa costruita sul Baobab e mentre canti con i tuo fratelli. Ti ho sognata, prima di incontrarti, mi ricordo solo i tuoi occhi grandi e silenziosi: eri lì accanto a me che guardavi seriamente il continuo trafficare della mia vita caotica fatta di rabbia, delusioni e pochi momenti sereni. Devo andare, non possso stare sola qui con te, gli altri non lo permetterebbero; non so come ti chiami, non te l’ho chiesto, non era importante; devo correre, devo combattere le mie battaglie e ora anche per te, cara figlia ritrovata.

ABBIAMO PERSO

Pubblicato: 18 aprile 2020 in RACCONTI

La mente corre …il corpo sta fermo…

“Chi la dura la vince”…”
Ci hanno sopraffatto, ci hanno schiacciato..ora ognuno di noi..deve cavarsela da solo.
I 30 enni, i 40 enni, i 50 enni hanno fallito non avendo avuto la lungimiranza di prevedere che questo benessere non sarebbe potuto durare per sempre..sopraffatti dai sogni e progetti personali, li rincorrevano;  abbiamo perso il senso dell’essere umano..stare vicini, stare insieme..
E soprattutto lottare contro il sistema capitalista globalizzato, quella parte più becera e disumana che ci sia come l’assimilazione e il livellamento morale e valoriale..
Schiavi siamo : aneliamo al successo  alla carriera , al benefit, all’oggetto prezioso..
E la salute? Uff..questa volta è andata bene, per ora, anche se il cuore mi correva a mille !!
Pandemia, quarantena, covid, vaccini, mascherine,  tamponi, complotti, polveri sottili, positivi, negativi, app , TU  PUOI, io non posso, fase 2 , fase 3, si riapre, suicidi, abbandoni, ABBIAMO FAME,isolamento, pazzia, bambini soli, niente arte, niente aperitivi, STATUS ONLINE, incertezza, QUANDO?
Le parole fanno da contorno ad un quadro da delineare e mostrare, da capo,  di nuovo.
Buona rinascita …una nuova vita ci aspetta..
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Virus words

ROKIA TRAORÈ, MOTHER SHAMING

Pubblicato: 13 marzo 2020 in RACCONTI

La polizia francese ha arrestato Rokia Traoré, cantante maliana di successo.

Secondo quanto dichiarato dal suo avvocato, la cantante maliana è stata fermata martedì quando è scesa dall’aereo all’aeroporto di Roissy-Charles de Gaulle, vicino a Parigi. L’artista è stata fermata a causa di una lunga vertenza che la vede opposta all’ex compagno per la custodia della figlia

Il mandato di arresto internazionale è stato emesso alla fine dell’anno scorso dalla giustizia belga. In esso, Rokia Traoré è accusata di «rapimento e detenzione di ostaggi». A essere stata «rapita» è la figlia che la cantante ha avuto dal suo ex compagno belga, Jans Goosens. Il Tribunale di Bruxelles ha affidato la custodia esclusiva della figlia al padre, una decisione contro la quale la cantante ha fatto appello.

Martedì sarebbe arrivata da Bamako per recarsi proprio in Belgio, dove avrebbe partecipato all’udienza dinanzi alla Corte d’appello di Bruxelles. È stata arrestata durante il trasbordo a Parigi. Secondo l’avvocato, Rokia Traoré si rifiuta di consegnare la figlia all’ex compagno perché è stata presentata contro quest’ultimo una denuncia per pedofilia.

NB: L’80%  delle famiglie monoparentali è gestito principalmente o esclusivamente da madri. Il 40% di queste donne non riceve pagamenti di mantenimento. Tuttavia, ciò non toglie ai padri la loro autorità genitoriale, né il diritto di accesso dopo essere stati assenti per un lungo periodo. La storia di Madame Traoré mostra come le madri vengono individuate: la loro testimonianza viene messa in discussione, finché un giorno i bambini non saranno in grado di esprimersi su fatti gravi come la violenza o violenza sessuale che hanno subito. La giustizia dovrebbe essere protettiva nei confronti delle vittime e non dalla parte dei carnefici.

La storia di Madame RokiaTraoré dimostra le disfunzioni della giustizia belga nei confronti delle madri single. Queste disfunzioni sono tanto più discriminanti quando la madre è di origine non UE, in altre parole “razzializzata”. In effetti, la storia di Madame Traoré mostra che un padre assente, che non contribuisce finanziariamente ai bisogni del bambino, mantiene i suoi diritti parentali. Può in qualsiasi momento andare in tribunale e far condannare il bambino che ha assunto tutti gli oneri emotivi, educativi e finanziari del bambino. Inoltre, è un’aberrazione che Madame Traoré subisca quella che viene chiamata “Mother Shaming” dalla giustizia belga perché ha una carriera internazionale e sembra che abbia le condizioni giuste nel suo paese d’origine per conciliare la sua vita privata e professionale. Questo stesso argomento non viene utilizzato contro il suo ex compagno che è assente due settimane al mese per esercitare le sue funzioni di direttore all’estero e non sembra essere un ostacolo alla custodia esclusiva sotto la giurisdizione belga . Le madri single sono continuamente considerate responsabili per il disinteresse e la cessione dei figli da parte dei padri.

Molte donne immigrate hanno sollevato questo problema, nell’incapacità di ottenere giustizia e aiuti finanziari da parte dell’ex marito o compagno.

Le donne comunemente più colpite sono quei soggetti considerati ” deboli” dal sistema giudiziale e quindi, non ritenute idonee nell’esprimere opinioni o compiere delle scelte corrette; donne che devono essere aiutate o perfino assistite.

Donne straniere in terra d’altri, donne disoccupate, donne che hanno fatto scelte diverse rispetto a ciò che si aspettava da loro e quindi abbandonate o allontanate..donne che lottano, che soffrono, che proteggono i loro figli, non vanno lasciate sole , non vanno imbavagliate ed imprigionate ma ascoltate e create leggi per tutelare la loro esistenza.

 

COVID – 19

Pubblicato: 12 marzo 2020 in RACCONTI

Provate ad immaginare..

Fuori dal caos quotidiano: clacson, urla, frenate improvvise, suonerie dei cellulari, le chiacchiere al cellulare, i saluti, i sorrisi, le chiacchierati urlanti al bar, il tintinnio di uno o più brindisi, lo sbuffare della macchina del caffè, l’ammiccare, le grida dei bambini al parco, fuori dalla scuola, le risate in strada, sui mezzi, i concerti, il cantare sopra le note ..

Silenzio ..cinguettio…silenzio.. lo scivolio delle ruote di un auto…silenzio…il guaire di un cane…silenzio… le sirene di un autoambulanza..silenzio..le sirene…silenzio..le urla..silenzio…i pianti…silenzio..la paura.

Qualcuno dice che era necessario  fermarsi, ce ne era bisogno: troppa frenesia, troppa indifferenza, troppa cattiveria..

Ma ora troppi morti, troppo dolore..

Nel dolore si cresce, si cambia, dicono altri.. il dolore lascia cicatrici e ognuno avrà le sue come simboli eroici  che indicano la nostra sopravvivenza  .

IO SONO ANCORA QUI !!!

L’ironia vs violenza

Pubblicato: 12 marzo 2020 in RACCONTI

“Una vera donna africana non si offende quando suo marito la tradisce, si interroga“; “La vera donna africana fa un massaggio a suo marito che ha male dappertutto a forza di picchiarla“.
Sarcasmo per la difesa della violenza
#vraiefemmeafricaine

La vera donna africana

Ripropongo una poesia che avevo scritto qualche anno fa…

NON HO NIENTE.

NON HO NIENTE, NON HO NIENTE,

HO UN BRACCIO ROTTO, IL VOLTO TUMEFATTO,

NON  RIESCO PIU’ A REGGERMI SULLE GAMBE TREMOLANTI, MA

NON E’ NIENTE.

COSA VUOI ?

UN INSULTO, UNA SPINTA PER DIRMI CHE TI DEVI MUOVERE.

EH, GIA’ SONO TROPPO LENTA.

NON E’ NIENTE, LO FACCIO PERCHE’ LUI ALTRIMENTI SI SENTE INUTILE

E PER ME, NON E’ NIENTE.

TUTTO PASSA, LE FERITE SCOMPARIRANNO, E IO POTRO’ CAMMINARE PIU’ VELOCE, COME VUOLE LUI.

NON E’ NIENTE SE HO I CAPOGIRI E SE INCIAMPO SPESSO PERCHE’, LUI

SI, LUI E’ VICINO A ME E MI GUARDA CADERE, MI ASPETTA E MI DICE CHE L’HA FATTO APPOSTA A FARMI LO SGAMBETTO PER CAPIRE SE IO ERO GUARITA….

NON E’ NIENTE , DOMANI C’E’ IL SOLE E IO POTRO’ USCIRE A FARE LA SPESA,

NON E’ NIENTE, DOMANI CON IL SOLE , IO

LO UCCIDERO’.

 

 

EL VIOLADOR ERES TU

Pubblicato: 30 novembre 2019 in RACCONTI

È questo il manifesto che tutte le donne dovrebbero cantare e “fissarsi” in testa: un canto contro la violenza sulle donne, ideato dalle donne cilene.

El violador eres tú

El patriarcado es un juez
que nos juzga por nacer.
Y nuestro castigo
es la violencia que ya ves
ìEs femicidio
Impunidad para mi asesino
Es la desaparición
Es la violación
Y la culpa no era mía
Ni dónde estaba
Ni cómo vestía
El violador eres tú,
El violador eres tú
Son los Pacos (policías)
Los jueces
El estado
El presidente
El estado opresor
es un macho violador
El violador eres tú

https://m.facebook.com/story.php?story_fbid=2844545488931115&id=879771572075193

 

 

 

 

 

 

HOW TO BE BRAVE

Pubblicato: 21 settembre 2019 in RACCONTI

Dalla rivista del Nytimes,  In Her Words, la giornalista Alisha Haridasani Gupta, si interroga cosa significa e come essere una donna coraggiosa io aggiungerei anche brava , visto il sillogismo della parola inglese con quella italiana. Gupta , cita Reshma Saujani, fondatrice e amministratrice delegata di Girls Who Code, che afferma in modo chiaro:

“ Bravery in our culture right now has become a privilege for men.”

The failure wasn’t the end of the world.

Brave Not Perfect,” about the fear of failure.

So why is failure so scary for so many women?

It stems from years of cultural and social conditioning, Saujani said, an assertion that has been supported by several studies. “From a very young age, we tell our girls to smile pretty, play it safe, get all A’s,” she said. Boys, meanwhile, are encouraged to play rough, break things, fall hard and get back up.

In an effort to dismantle the perfectionist ideal, Saujani has been airing her personal failures and vulnerabilities publicly on Instagram with the hashtag #FailureFriday — like losing her son in public and failing her practice driver’s test.

She also challenges her followers to make bolder choices in their own lives — and share them. As she writes in her book, bravery is a muscle and it requires consistent, daily flexing.

Nell’articolo si discute del fatto che una donna coraggiosa non ha paura di esprimere le proprie opinioni e soprattutto fallimenti. Fallire non è la fine del mondo , non bisogna sentirsi in colpa perchè non ci siamo comportate da brave ragazze: sorridenti, disponibili e servizievoli. Fallire, può significare reinventarsi un ‘altra vita, un’altra professione, mettersi in discussione, aggiungo, perchè quando ci accorgiamo che anche il nostro aspetto psicofisico sta crollando, non riesce più a sopportare  o non siamo più in grado di resistere sia a discriminazioni, violenze verbali ed insubordinazioni di colleghi o responsabili poco adatti nel compiere quel ruolo, è giusto salvarsi.

Essere coraggiose non significa far carriera a dispetto degli altri, usando mezzucci di bassa lega come diffamare, spettegolare e offendere; essere coraggiose non significa resistere in un ambiente lavorativo ostile e di stampo prettamente maschilista: non si resiste ma è necessario attuare una forma di resilienza sia fuori che dentro il mercato lavorativo per non essere assoggettate a tutte quelle forme di buon servilismo che gli uomini ci chiedono: la dignità e l’autenticità sono le forze che ci permettono di salvarci.

I’M NOT A TROUBLE MAKER

I’M NOT A TROUBLE MAKER

I’M NOT A TROUBLE MAKER

I’M NOT A TROUBLE MAKER

I’M NOT A TROUBLE MAKER

Questo vorrei dire alle donne femministe italiane: di ascoltarci e soprattutto di non pensare che noi donne nere siamo un problema aggiuntivo a cui pensare.

Purtroppo l’imbarbarimento civile e valoriale, ha influenzato persino le menti più eccelse e più all’avanguardia del Paese ; i termini più usati sono: i poveri negretti, le donne nere prostitute , colf e badanti, le donne straniere, povere , maltrattate e sfruttate.

Non nego che esistano queste categorie assoggettabili ad un gruppo di persone migranti ma la migrazione non comporta come risultato l’approdo solo e unicamente di povera gente da aiutare.

Come potremmo noi donne nere , farci riconoscere, rispettare , mettere in atto le nostre volontà, capacità e qualità se siamo assoggettate a donne cretine, traumatizzate, volubili e approfittatrici?

È come se il sistema mediatico italiano avesse messo in atto una task force per creare un “immagine indissolubile” del migrante o della migrante: ci sono cascati in parecchio.

Il movimento femminista italiano ha già , per quanto mi riguarda dei gratta capo da risolvere, tra cui : ambigua interpretazione del concetto “emancipazione “, necessita di una rivoluzione linguistica e culturale in relazione allo stato attuale delle cose e una maggiore apertura verso nuovi modelli di genere e rappresentativi.

In Europa, in Usa , ci sono stati e permangono nel tempo, storici movimenti femministi che, nel corso degli anni hanno compiuto studi di auto-analisi, di critica verso i privilegi del femminismo bianco, di riscatto sociale e identitario e soprattutto di decolonizzazione cultura e e sociale.

Noi donne afro- italiane, italo-africane e semplicemente afro -discenti, siamo molto acerbe.

Siamo giovani e stiamo ancora capendo quali modelli femminili di riferimento scegliere e seguire per poter creare una nostra e propria identità.

I miei modelli di riferimento da donna nera adottata sono stati cantanti afro-americane, Lauryn Hill e Nina Simone , poi crescendo, alcune poetesse, romanziere e attiviste tra cui Maya Angelou, Bell Hocks, Tony Morrison, Angela Davis e Audrie Lords; donne ben lontane da me, dal mio contesto sociale e culturale ma profondamente vicine nella continua lotta di riappropriazione e rispetto delle proprie radici ed identità.

Crescere in una società di uomini e donne bianchi, non è un passeggiata : io biologicamente non sono come loro e posso solamente accostarmi a loro per gratitudine, stima , affetto ma la mia condizione sociale è ben diversa dalla loro: noi donne e uomini neri ci sentiamo sempre ospiti, ci sentiamo come qualcosa in più rispetto al resto: siamo sempre in uno stato di riconoscenza.

Chi ha superato il gap iniziale, che persone poco sensibili, definirebbero , essere perennemente in uno stato di vittimismo, esplode , con il suo essere attraverso l’arte, la musica, la moda, l’apparire in tutte le sue forme ; chi è più timida , si sfoga in chat private per sentirsi meno sole; altre donne ritengono ancora che una vera donna è colei che diventa madre o si sposa ; altre ancora vogliono studiare, viaggiare, affermarsi: sono donne, giovani o meno giovani, donne che hanno gli stessi desideri , progetti e aspirazioni come qualsiasi donna italiana, europea o americana.

Allora perchè le femministe italiane (alcune), considerano le donne nere e/o straniere come povere migranti , colf o prostitute ?.

Una maggiore convivialità e confronto gioverebbe ad entrambe le parti, donne italiane e straniere, donne bianche e nere per combattere gli stereotipi legati al genere e alle disuguaglianze sociali e culturali.

. se solo si riuscisse ad ascoltarci e a fidarci, care sorelle…

Non dobbiamo permettere
alle percezioni degli altri
di definire chi siamo
Virgina Satir
AFRO-ITALIANA, ITALO-AFRICANA , MMMH NO

Nel primo articolo ho parlato del mio incontro con gli africani, che non avevo mai visto se non in Tv e poi successivamente nei luoghi familiari.
Avendo la pelle di color nero , non vuol dire che sapevo tutto sull’Africa o sentivo quel mal di Africa di cui parlano tutti o soprattutto sentirmi vicinia a loro, perchè non li conoscevo e le mie poche informazioni riguardo a questo vasto continente erano inerenti ai bambini che muoiono di fame e ai tanti animali esotici.
Forse è stato proprio l’arrivo dei primi africani in Italia, che mi ha spinto nel conoscere il mondo da cui provenivo. Il bisogno, non era insito in me, inizialmente ma era legato a una qualche forma di difesa: se io so da dove vengo , posso difendermi dai primi attacchi di razzismo; mi unisco a loro per proteggermi , per rendermi più forte.
Non è andato sempre liscio come l’olio, purtroppo le differenze di linguaggio, di cultura e soprattutto l’invidia hanno creato delle difficoltà d’approccio. Anche gli africani non mi ritenevano africana tout court e molti italiani mi etichettavano come figlia di seconda generazione o badante.
Sono stata in Africa, ho conosciuto la mia famiglia d’origine, ho assaporato nuovi odori, nuovi sapori e nuove usanze, e tutto questo mi piaceva ma non mi sentivo del tutto di appartenere a quella famiglia ormai lontana anche se re- incontrata.
Ho cominciato a leggere libri di afro americane, di afro europee e pur non essendo state adottate come me , avevano vissuto più o meno la mia stessa frustrazione : ma io chi sono, da quale parte sto in Italia e/o in Africa ?
Pensavo di essere l’unica italiana nera laureata, ma invece attraverso facebook , ho conosciuto altri figli adottati, più o meno della stessa età. Ridevamo delle domande che ci rivolgevano alle quali noi, con pazienza rispondevamo : No signora, non sono mai stata in Africa o per lo meno non ho mai vissuto lì, quindi non so cosa rispondere se mi pace di più l’Africa o l’Italia,; No, non posso dirle se i miei genitori mi abbiano trattato male o bene, a seconda di cosa ? No , non sono musulmana, non preferisco gli uomini neri perchè sono nera; l’auto è la mia , non del mio padrone, ecc.
Dopo lunghe riflessione concertazioni tra me stessa e altri figli adottati mi sono auto- definita : io sono afro europea, afro italiana, afro- bergamasca. Il suffisso afro perchè sono legata alle mie origini e alla cultura africana, gli svariati componenti definiscono il luogo in cui sono posizionata che cambia a seconda delle persone con cui mi interfaccio. L’identità non è legata al luogo in cui si è nati, ma alla cultura che si respira e al contesto sociale dove si vive che può cambiare nel corso della vita.
Noi non siamo statici , cambiamo, rinasciamo ma una cosa deve essere certa: sapere sempre, ovunque andiamo, chi siamo, e solo noi stessi lo possiamo dire con certezza.

L’INCONTRO CON L’ALTRO

Una mattina mi son alzata
E ho trovato l’invasor
O bella ciao, bella ciao, bella ciao, ciao, ciao

 
Nata in Africa, arrivata in Italia quando avevo appena cinque mesi, cresciuta in mezzo a bianchi e accerchiata da un campanilismo becero e provinciale ( perfino chi proveniva dal paese vicino , era considerato uno “straniero”).
Una mattina mi sono svegliata e ho visto i primi neri: alti , muscolosi, sorridenti, alcuni sporchi e puzzolenti… ho avuto paura.
Mentre mio fratello bianco, chiacchierava incuriosito con loro , io scappavo.
Ma come era possibile ? Insomma io sono nera !!!
Ho vissuto circondata solo dai bianchi fino alla fine degli anni ’90: da bambina ero considerata la bambola da toccare, da abbracciare e da portare a casa; poi è diventata adulta e l’arrivo di migranti sono stata immediatamente inclusa ed etichettata come persona non UE, prostituta o badante.
Tutto era cambiato intorno a me. Gli amici che dicevano: ” ci sono troppi neri , rubano e portano via il lavoro, i neri puzzano, sono selvaggi” ; non ho capivo e mi sono chiesta se avessero notato il mio colore; hanno risposto che non erano arrabbiati con me ma con gli altri: “non sei come loro, sei come noi, non vediamo il tuo colore”. Sì, loro, amici ma il resto dell’Italia no.
Ad essere onesti, anch’io ho tenuto lontano i nuovi arrivati: non sapevo nulla dell’Africa; avevo solo visto foto e film, ma ero incuriosita. Il paradosso: la nera che aveva paura dei neri! Nessuno mi aveva insegnato a creare un’identità: io ero quello che gli altri riflettevano su di me: ero bianca, mi sentivo bianca: questo è un fenomeno che spesso accade ai bambini adottati. Gli psicologi italiani categorizzano i bambini adottati in un unica categoria, quelli abbandonati, senza conoscere o studiare le nostre origini: persino il nostro DNA parla!
Con il tempo, conoscendo prima gli africani qui in Italia e poi in Africa e infine la mia famiglia di origine, tutto è stato risolto e ho costruito la mia identità: Afro perché sono in contatto con la mia cultura di origine e la mia famiglia, l’italiana è il contesto in cui sono cresciuta; e non mi sento più abbandonata ma grata sia alla mia famiglia italiana, sia alla famiglia africana, riconoscendo ad entrambe di
avermi lasciato la possibilità di scegliere chi essere e cosa fare e di creare soprattutto un mio personale métissage culturale.