EL VIOLADOR ERES TU

Pubblicato: 30 novembre 2019 in RACCONTI

È questo il manifesto che tutte le donne dovrebbero cantare e “fissarsi” in testa: un canto contro la violenza sulle donne, ideato dalle donne cilene.

El violador eres tú

El patriarcado es un juez
que nos juzga por nacer.
Y nuestro castigo
es la violencia que ya ves
ìEs femicidio
Impunidad para mi asesino
Es la desaparición
Es la violación
Y la culpa no era mía
Ni dónde estaba
Ni cómo vestía
El violador eres tú,
El violador eres tú
Son los Pacos (policías)
Los jueces
El estado
El presidente
El estado opresor
es un macho violador
El violador eres tú

https://m.facebook.com/story.php?story_fbid=2844545488931115&id=879771572075193

 

 

 

 

 

 

HOW TO BE BRAVE

Pubblicato: 21 settembre 2019 in RACCONTI

Dalla rivista del Nytimes,  In Her Words, la giornalista Alisha Haridasani Gupta, si interroga cosa significa e come essere una donna coraggiosa io aggiungerei anche brava , visto il sillogismo della parola inglese con quella italiana. Gupta , cita Reshma Saujani, fondatrice e amministratrice delegata di Girls Who Code, che afferma in modo chiaro:

“ Bravery in our culture right now has become a privilege for men.”

The failure wasn’t the end of the world.

Brave Not Perfect,” about the fear of failure.

So why is failure so scary for so many women?

It stems from years of cultural and social conditioning, Saujani said, an assertion that has been supported by several studies. “From a very young age, we tell our girls to smile pretty, play it safe, get all A’s,” she said. Boys, meanwhile, are encouraged to play rough, break things, fall hard and get back up.

In an effort to dismantle the perfectionist ideal, Saujani has been airing her personal failures and vulnerabilities publicly on Instagram with the hashtag #FailureFriday — like losing her son in public and failing her practice driver’s test.

She also challenges her followers to make bolder choices in their own lives — and share them. As she writes in her book, bravery is a muscle and it requires consistent, daily flexing.

Nell’articolo si discute del fatto che una donna coraggiosa non ha paura di esprimere le proprie opinioni e soprattutto fallimenti. Fallire non è la fine del mondo , non bisogna sentirsi in colpa perchè non ci siamo comportate da brave ragazze: sorridenti, disponibili e servizievoli. Fallire, può significare reinventarsi un ‘altra vita, un’altra professione, mettersi in discussione, aggiungo, perchè quando ci accorgiamo che anche il nostro aspetto psicofisico sta crollando, non riesce più a sopportare  o non siamo più in grado di resistere sia a discriminazioni, violenze verbali ed insubordinazioni di colleghi o responsabili poco adatti nel compiere quel ruolo, è giusto salvarsi.

Essere coraggiose non significa far carriera a dispetto degli altri, usando mezzucci di bassa lega come diffamare, spettegolare e offendere; essere coraggiose non significa resistere in un ambiente lavorativo ostile e di stampo prettamente maschilista: non si resiste ma è necessario attuare una forma di resilienza sia fuori che dentro il mercato lavorativo per non essere assoggettate a tutte quelle forme di buon servilismo che gli uomini ci chiedono: la dignità e l’autenticità sono le forze che ci permettono di salvarci.

I’M NOT A TROUBLE MAKER

I’M NOT A TROUBLE MAKER

I’M NOT A TROUBLE MAKER

I’M NOT A TROUBLE MAKER

I’M NOT A TROUBLE MAKER

Questo vorrei dire alle donne femministe italiane: di ascoltarci e soprattutto di non pensare che noi donne nere siamo un problema aggiuntivo a cui pensare.

Purtroppo l’imbarbarimento civile e valoriale, ha influenzato persino le menti più eccelse e più all’avanguardia del Paese ; i termini più usati sono: i poveri negretti, le donne nere prostitute , colf e badanti, le donne straniere, povere , maltrattate e sfruttate.

Non nego che esistano queste categorie assoggettabili ad un gruppo di persone migranti ma la migrazione non comporta come risultato l’approdo solo e unicamente di povera gente da aiutare.

Come potremmo noi donne nere , farci riconoscere, rispettare , mettere in atto le nostre volontà, capacità e qualità se siamo assoggettate a donne cretine, traumatizzate, volubili e approfittatrici?

È come se il sistema mediatico italiano avesse messo in atto una task force per creare un “immagine indissolubile” del migrante o della migrante: ci sono cascati in parecchio.

Il movimento femminista italiano ha già , per quanto mi riguarda dei gratta capo da risolvere, tra cui : ambigua interpretazione del concetto “emancipazione “, necessita di una rivoluzione linguistica e culturale in relazione allo stato attuale delle cose e una maggiore apertura verso nuovi modelli di genere e rappresentativi.

In Europa, in Usa , ci sono stati e permangono nel tempo, storici movimenti femministi che, nel corso degli anni hanno compiuto studi di auto-analisi, di critica verso i privilegi del femminismo bianco, di riscatto sociale e identitario e soprattutto di decolonizzazione cultura e e sociale.

Noi donne afro- italiane, italo-africane e semplicemente afro -discenti, siamo molto acerbe.

Siamo giovani e stiamo ancora capendo quali modelli femminili di riferimento scegliere e seguire per poter creare una nostra e propria identità.

I miei modelli di riferimento da donna nera adottata sono stati cantanti afro-americane, Lauryn Hill e Nina Simone , poi crescendo, alcune poetesse, romanziere e attiviste tra cui Maya Angelou, Bell Hocks, Tony Morrison, Angela Davis e Audrie Lords; donne ben lontane da me, dal mio contesto sociale e culturale ma profondamente vicine nella continua lotta di riappropriazione e rispetto delle proprie radici ed identità.

Crescere in una società di uomini e donne bianchi, non è un passeggiata : io biologicamente non sono come loro e posso solamente accostarmi a loro per gratitudine, stima , affetto ma la mia condizione sociale è ben diversa dalla loro: noi donne e uomini neri ci sentiamo sempre ospiti, ci sentiamo come qualcosa in più rispetto al resto: siamo sempre in uno stato di riconoscenza.

Chi ha superato il gap iniziale, che persone poco sensibili, definirebbero , essere perennemente in uno stato di vittimismo, esplode , con il suo essere attraverso l’arte, la musica, la moda, l’apparire in tutte le sue forme ; chi è più timida , si sfoga in chat private per sentirsi meno sole; altre donne ritengono ancora che una vera donna è colei che diventa madre o si sposa ; altre ancora vogliono studiare, viaggiare, affermarsi: sono donne, giovani o meno giovani, donne che hanno gli stessi desideri , progetti e aspirazioni come qualsiasi donna italiana, europea o americana.

Allora perchè le femministe italiane (alcune), considerano le donne nere e/o straniere come povere migranti , colf o prostitute ?.

Una maggiore convivialità e confronto gioverebbe ad entrambe le parti, donne italiane e straniere, donne bianche e nere per combattere gli stereotipi legati al genere e alle disuguaglianze sociali e culturali.

. se solo si riuscisse ad ascoltarci e a fidarci, care sorelle…

Non dobbiamo permettere
alle percezioni degli altri
di definire chi siamo
Virgina Satir
AFRO-ITALIANA, ITALO-AFRICANA , MMMH NO

Nel primo articolo ho parlato del mio incontro con gli africani, che non avevo mai visto se non in Tv e poi successivamente nei luoghi familiari.
Avendo la pelle di color nero , non vuol dire che sapevo tutto sull’Africa o sentivo quel mal di Africa di cui parlano tutti o soprattutto sentirmi vicinia a loro, perchè non li conoscevo e le mie poche informazioni riguardo a questo vasto continente erano inerenti ai bambini che muoiono di fame e ai tanti animali esotici.
Forse è stato proprio l’arrivo dei primi africani in Italia, che mi ha spinto nel conoscere il mondo da cui provenivo. Il bisogno, non era insito in me, inizialmente ma era legato a una qualche forma di difesa: se io so da dove vengo , posso difendermi dai primi attacchi di razzismo; mi unisco a loro per proteggermi , per rendermi più forte.
Non è andato sempre liscio come l’olio, purtroppo le differenze di linguaggio, di cultura e soprattutto l’invidia hanno creato delle difficoltà d’approccio. Anche gli africani non mi ritenevano africana tout court e molti italiani mi etichettavano come figlia di seconda generazione o badante.
Sono stata in Africa, ho conosciuto la mia famiglia d’origine, ho assaporato nuovi odori, nuovi sapori e nuove usanze, e tutto questo mi piaceva ma non mi sentivo del tutto di appartenere a quella famiglia ormai lontana anche se re- incontrata.
Ho cominciato a leggere libri di afro americane, di afro europee e pur non essendo state adottate come me , avevano vissuto più o meno la mia stessa frustrazione : ma io chi sono, da quale parte sto in Italia e/o in Africa ?
Pensavo di essere l’unica italiana nera laureata, ma invece attraverso facebook , ho conosciuto altri figli adottati, più o meno della stessa età. Ridevamo delle domande che ci rivolgevano alle quali noi, con pazienza rispondevamo : No signora, non sono mai stata in Africa o per lo meno non ho mai vissuto lì, quindi non so cosa rispondere se mi pace di più l’Africa o l’Italia,; No, non posso dirle se i miei genitori mi abbiano trattato male o bene, a seconda di cosa ? No , non sono musulmana, non preferisco gli uomini neri perchè sono nera; l’auto è la mia , non del mio padrone, ecc.
Dopo lunghe riflessione concertazioni tra me stessa e altri figli adottati mi sono auto- definita : io sono afro europea, afro italiana, afro- bergamasca. Il suffisso afro perchè sono legata alle mie origini e alla cultura africana, gli svariati componenti definiscono il luogo in cui sono posizionata che cambia a seconda delle persone con cui mi interfaccio. L’identità non è legata al luogo in cui si è nati, ma alla cultura che si respira e al contesto sociale dove si vive che può cambiare nel corso della vita.
Noi non siamo statici , cambiamo, rinasciamo ma una cosa deve essere certa: sapere sempre, ovunque andiamo, chi siamo, e solo noi stessi lo possiamo dire con certezza.

L’INCONTRO CON L’ALTRO

Una mattina mi son alzata
E ho trovato l’invasor
O bella ciao, bella ciao, bella ciao, ciao, ciao

 
Nata in Africa, arrivata in Italia quando avevo appena cinque mesi, cresciuta in mezzo a bianchi e accerchiata da un campanilismo becero e provinciale ( perfino chi proveniva dal paese vicino , era considerato uno “straniero”).
Una mattina mi sono svegliata e ho visto i primi neri: alti , muscolosi, sorridenti, alcuni sporchi e puzzolenti… ho avuto paura.
Mentre mio fratello bianco, chiacchierava incuriosito con loro , io scappavo.
Ma come era possibile ? Insomma io sono nera !!!
Ho vissuto circondata solo dai bianchi fino alla fine degli anni ’90: da bambina ero considerata la bambola da toccare, da abbracciare e da portare a casa; poi è diventata adulta e l’arrivo di migranti sono stata immediatamente inclusa ed etichettata come persona non UE, prostituta o badante.
Tutto era cambiato intorno a me. Gli amici che dicevano: ” ci sono troppi neri , rubano e portano via il lavoro, i neri puzzano, sono selvaggi” ; non ho capivo e mi sono chiesta se avessero notato il mio colore; hanno risposto che non erano arrabbiati con me ma con gli altri: “non sei come loro, sei come noi, non vediamo il tuo colore”. Sì, loro, amici ma il resto dell’Italia no.
Ad essere onesti, anch’io ho tenuto lontano i nuovi arrivati: non sapevo nulla dell’Africa; avevo solo visto foto e film, ma ero incuriosita. Il paradosso: la nera che aveva paura dei neri! Nessuno mi aveva insegnato a creare un’identità: io ero quello che gli altri riflettevano su di me: ero bianca, mi sentivo bianca: questo è un fenomeno che spesso accade ai bambini adottati. Gli psicologi italiani categorizzano i bambini adottati in un unica categoria, quelli abbandonati, senza conoscere o studiare le nostre origini: persino il nostro DNA parla!
Con il tempo, conoscendo prima gli africani qui in Italia e poi in Africa e infine la mia famiglia di origine, tutto è stato risolto e ho costruito la mia identità: Afro perché sono in contatto con la mia cultura di origine e la mia famiglia, l’italiana è il contesto in cui sono cresciuta; e non mi sento più abbandonata ma grata sia alla mia famiglia italiana, sia alla famiglia africana, riconoscendo ad entrambe di
avermi lasciato la possibilità di scegliere chi essere e cosa fare e di creare soprattutto un mio personale métissage culturale.

 

AFRO-FUTURISMO

Pubblicato: 11 marzo 2019 in RACCONTI

Alla Casa Internazionale delle donne oltre ad ospitare la fiera dell’editora al femminile, collateralmente ci sono state diverse conferenze che riguardavano le donne, le loro lotte, le loro resistenze, le  loro rivoluzioni sessuali culturali e politiche.  Uso la preposizione  “loro” per indicare che le battaglie nate dalle donne sono dovute ad un loro disagio personale , politico e sociale che , con il tempo, questo malessere si è trasformato in cambiamento e in creazione di nuove forme comunicative, sociali e legislative ma, che ora sono a rischio di essere cancellate e sostituite, ancora una volta, da norme e ruoli patriarcali, imposti dall’alto.

È per questo che è molto importante che le donne siano unite, più solidali tra loro per creare nuove resilienze.

In una società, come quella italiana, dove negli ultimi decenni si è trasformata culturalmente e naturalmente con l’arrivo dei migranti, era necessario includere nel linguaggio e pensiero femminista italiano anche una letteratura africana legata alle donne migranti.

Non solo donne straniere portatrici di problemi e di figli da sfamare ed educare, come direbbero i leghisti o coloro che sono meno accoglienti ma esseri pensanti che hanno qualcosa da dire e da mostrare.

Ho assistito ad una conferenza sull’afrofuturismo dove la protagonista è la donna africana, scrittrice, poetessa, attivista politica e futurista.

L’afro-futurismo, come spiega Lidia Curti nel libro ” La voce dell’altra”  è nato dal pensiero femminista fino ad una scrittura soggettiva delle donne, dalle condizioni di subalternità durante gli imperi e nella postcolonialità alle rappresentazioni figurative, filmiche e letterarie dell’alterità – si intrecciano e si intersecano evocando le immagini di corpi prigionieri e liberi allo stesso
tempo. Le voci dell’esilio e della fuga, del viaggio e del nomadismo, della dislocazione e della diversità occupano uno spazio controverso e ambiguo: creativo e produttivo di nuove possibilità e nuovi paradigmi, e assieme condizione di spaesamento, di divisione e dolore. Nella critica e nella narrativa
postcoloniale si trovano ora accenti che sottolineano difficoltà e delusioni, ora altri che aprono alla speranza di un futuro in cui l’incontro con la diversità cancelli disparità e ineguaglianze. Attraverso questa prospettiva inquietante e ambigua [..] letteratura femminile si è popolata di strane mostruosità –corpi deformi, creature ibride, forme inquietanti – che mettono in questione la frontiera tra brutto e bello, umano e animale, me e te, femminile e maschile…

L’incontro con il corpo femminile avvita lo sguardo all’indietro, verso la regione misteriosa e ineffabile legata all’inconscio e al sogno, alla morte e all’origine della vita in un nodo inscindibile.

Inoltre, corpo femminile, che pur si
suppone occupi lo spazio dell’armonia, della bellezza, dell’accordo e del concorde, appare spesso come mostruosità ibrida.
La narrativa delle donne anche in reazione agli stereotipi del femminile si è appropriata di ambigue figurazioni e le ha riprodotte in molte figure dell’universo contemporaneo: il ragno-donna di Louise Bourgeois o di Leslie Silko, la donna-cane di Jeanette Winterson, la donna-uccello di Angela Carter, le donne-vampiro e quelle cibernetiche di molta fantasy narrativae cinematografica. Si elabora così l’estetica del discontinuo, dell’interruzione, del discorde, dell’asimmetrico, capovolgendo
i canoni del bello e del brutto, corteggiando l’eccesso e il mostruoso, imponendo diverse logiche e sguardi disparati.
La radice afro perchè è connessa al futurismo ?

Le antenate fantasmatiche delle narrazioni di popoli dalle tradizioni dislocate o cancellate (Toni Morrison) presiedono questi scenari; le madri, sciamane salvifiche o assassine per ne-
cessità, raccontano e ri-memorano, creando storie popolate di maghe e mostri, ed evocano i fantasmi dei grandi eventi storici. Dalle loro storie emerge l’ombra ineliminabile del passato originario, l’ombra di cui parlano Toni Morrison e Zadie Smith in linea con le teorizzazioni del pensiero africano ame-
ricano. In questa chiave, raccontare è anche oltrepassare i confini tra vita e morte, come per la donna fatta a pezzi che continua a raccontare; tra realtà e fantasia come per le sciamane di Leslie Silko e Simone Lazaroo; tra prigionia e libertà per le recluse di antichi e nuovi harem.

Il grottesco femminile è stato sempre ri-
ferito, come la stessa parola evoca e la sua etimologia indica, al vuoto, al cavo, al cavernoso. È legato al sublime
primigenio di cui “la mente è incapace di ravvisare il nome, se dolore, piacere o terrore” (Burke). Freud riferisce il per-
turbante alla stessa immagine, al grembo femminile, “il luogo dove ciascuno di noi ha vissuto una volta e in principio”; come il perturbante, questi corpi sono a un tempo familiari – il ritorno a qualcosa dove siamo già stati – e misteriosi poiché rappresentano ciò che non può essere conosciuto e nemmeno osservato.

Durante la conferenenza sono state interpretate e lette degli scritti di attiviste politiche afro americane, tra cui Audre Lourde, presentati video di una cantante afro-futurista, italo- africana: le donne nere sono state coinvolte come protagoniste attive durante la giornata internazionale delle donne e non più relegate in cucina.

 

UCAI VS AFRIKKI MWINDA

Pubblicato: 12 ottobre 2018 in RACCONTI
Un confronto tra l’Unione comunità africane d’Italia (Ucai )  e il movimento sociale africano in Africa (afrikiki mwinda).
“I movimenti sociali africani, gli artisti e gli intellettuali impegnati d’Africa e delle sue diaspore hanno preso la ferma decisione di unire le loro energie, le loro voci e le loro forze per portare avanti le aspirazioni dei propri popoli alla libertà e alla dignità
(i più importanti sono Balai citoyen in Burkina Faso , Y’en a marre  in Senegal e Lucha in Repubblica del Congo )  .
Secondo i leader di Afrikki Mwinda, i nemici dichiarati di tale “battaglia di emancipazione delle coscienze per una reale liberazione dal neocolonialismo” sono:
la burocrazia elefantiaca, anticamera della corruzione che pervade ogni strato della società;
le multinazionali straniere che si accaparrano a suon di mazzette risorse locali e ampie fette di mercato;
i grandi gruppi finanziari che strangolano l’economia informale;
le ex potenze coloniali che continuano a interferire nella vita politica ed economica di paesi ancora considerati subalterni;
l’Unione europea occupata a fare i propri interessi (controllo dei flussi migratori ed esternalizzazione della sicurezza comunitaria, soprattutto) a scapito del reale benessere delle popolazioni africane;
i nuovi partner economici, come gli Stati Uniti, la Turchia, la Cina, l’India, il Canada, la Corea del Sud, l’Australia e il Sudafrica, che cercano a ogni costo di scalfire i privilegi delle ex potenze coloniali per sostituirsi a esse;
le classi dirigenti irresponsabili che permettono lo sfruttamento e la militarizzazione dell’Africa sotto l’emblema della lotta al terrorismo globale.”
fonte . Internazionale : I giovani africani si organizzano per cambiare i loro paesi di Andrea de Georgio.
UCAI, fondato da Otto Bitjoka, riconosce il valore dei principi contenuti nella Carta Fondamentale della Repubblica Italiana, promuove la cultura della legalità e l’impegno per il rinascimento della nostra madre terra: L’AFRICA.
La nostra organizzazione promuove l’identità plurale, si impegna a creare le reali condizioni per una ricomposizione meticcia della società;
Promuove l’ascensione sociale ed economica dei membri, facendo prevalere le ragioni della meritocrazia;
Presidia i luoghi delle contraddizioni per prevedere e mediare potenziali conflitti sociali, difende l’onorabilità e la dignità dei propri membri ovunque siano.
I principi caratterizzanti l’attitudine e il comportamento dei singoli membri si fondano su: Identità, Reputazione, Merito, Solidarietà, Centralità della persona senza distinzione di razza, Rispetto del prossimo, Panafricanismo.
Nello specifico, il loro lavoro si svilupperà su queste quattro macro-aree  : il rispetto, gli afro- italiani considerati una minoranza etnica; il rimpatrio volontario e assistito ( che chiamano, il ritorno.. è più soft ); costruzione di una rete dei servizi.
Alle conferenze che precedevano il giorno dell’effettiva formazione e presentazione dell’Ucai, erano stati invitati i rappresentanti delle associazioni africane e liberi professionisti : la maggior parte erano cittadini italiani di origine africana over 40 e di ceto medio.
Negli incontri organizzati dai movimenti sociali in Africa, partecipano giovani, studenti, intellettuali, artisti e giornalisti .
Entrambi parlano di rinascita della madre Terra Africa : Afrikiki si concentra sui problemi imminenti presenti in Africa o che ancora non riescono a “debellare”, mentre l’Ucai riflette sulle questioni inerenti  alla società italiana; parla di minoranze etniche , termine inappropriato per descrivere un fenomeno naturale di interconnessione  sociale  e di metissage tra africani , italiani e nuovi italiani. In termini storici, definire un gruppo , in questo caso quello afro-italiano , una minoranza etnica è considerarlo vittima di persecuzione e discriminazione: non siamo ancora arrivati a questi livelli !! .
Essere afro- italiano, non significa appartenere ad una minoranza ma essere a tutti gli effetti italiani; se non si parte da questo presupposto per sviluppare azioni future in cui ci si interfaccia con la popolazione locale o , ci si ritiene  fuori da ogni logica comunicativa, governativa e d’appartenenza allo Stato italiano, solo perchè sono neri, allora ogni tentativo resta vano.
Per quanto riguarda la rinascita della madre terra Africa, mentre i movimenti sociali africani si concentrano nel  combattere ingerenze politiche, di affari e militari estere, quelli dell’Ucai collaborano ad una politica di rimpatrio volontario con inserimento assistito in Africa.
Ritornare in Africa con un bagaglio di conoscenza in più , fa sempre bene; avere un progetto in piena autonomia ancora meglio, ma mi chiedo: se nel ritornare nel proprio paese d’origine, gli africani incontreranno gli stessi problemi che hanno lasciato, relativi all’incapacità dello Stato nel favorire una crescita lavorativa personale ed autonoma e nel fornire strumenti necessarie per imprese innovative o all’avanguardia e spazi, come si fa ad attuare il rimpatrio ?  Gli ex migranti apriranno pizzerie, o import ed export di oggetti tecnologici, di ferramenta, pezzi d’auto o auto intere :  attività che sono già in auge in Africa!
La rinascita è una rivoluzione culturale che dovrebbe nascere da ambe due le parti, chi rimane e chi va.
Chi rimane ha il compito di restare sempre connesso alle realtà sociali e produttive del proprio paese , avendo  uno sguardo verso l’aldilà, ai movimenti politici ed economici in Occidente; chi è qui dovrebbe non farsi “contaminare” dalle logiche bipartitiche, rappresentative e d’interesse creatosi intorno ai migranti o ai nuovi cittadini italiani.
Il dialogare reciprocamente e lo scambio di informazioni utili per la tutela della madre terra Africa sarebbe da auspicio.