Calvino fiabe : L’uomo che usciva solo di notte – Le tre vecchie

Pubblicato: 21 dicembre 2013 in RACCONTI

L’uomo che usciva solo di notte

Ai tempi di Babì Babò viveva un povero pescatore con tre figlie da marito. C’era un giovane che ne voleva in moglie una, ma era uno che usciva solo di notte, e la gente non se ne fidava. Così la maggiore non lo volle per marito e la seconda nemmeno; invece la terza accettò. Le nozze si fecero di notte, e appena furono soli, lo sposo le disse: – Devo dirti un segreto: sono stato stregato, e la mia condanna è d’essere tartaruga durante il giorno, e tornare uomo solo di notte; da questa condanna posso liberarmi solo in un modo; devo lasciare mia moglie subito dopo le nozze e fare il giro del mondo, di notte come un uomo e di giorno come tartaruga; se tornato dal giro del mondo troverò mia moglie che m’è rimasta fedele e ha sopportato ogni disavventura per amor mio, ridiventerò uomo per sempre.

– Sono pronta, – disse la sposa.

Lo sposo le infilò al dito un anello con un diamante: – In tutte le occasioni , questo anello ti servirà, se saprai usarlo bene.

Era venuto giorno, e lo sposo si trasformò in tartaruga; e con il suo lento passo, partì per il giro del mondo. la sposa andò a girare per la città per trovare un lavoro. Incontrò un bambino che piangeva e disse alla madre: – Datemelo in braccio a me, che lo farò tacere.

– Brava, sareste, a farlo tacere, – disse la madre. – E’ tutto il giorno che piange.

– Per la virtù del diamante, – disse la sposa, – che il bambino rida, balli e salti! – E il bambino si mise a ridere, ballare e saltare.

Poi entrò in una bottega di panettiere e disse alla padrona: – Prendetemi a lavorare con voi, e non ve ne pentirete.  –   La presero a lavorare, e lei si mise a fare il pane e disse: – Per la virtù del diamante, che tutti vengano a comprare il pane in questa bottega, finché non ci lavorerò io! – Cominciò un andirivieni nella bottega che non finiva più. Vennero anche tre giovanotti, che, vista la bella sposa s’innamorarono di lei. – Se mi lasci passare una notte nella tua stanza, – le disse uno dei tre, – ti do mille franchi.

– E io, – disse l’altro , – te ne do duemila.

– E io tre, – disse il terzo.

Lei si fece dare i tremila franchi dal terzo e la sera lo fece entrare di nascosto in bottega.

– Aspetta un momento, – gli disse, – che metto il lievito nella farina, anzi fammi questo piacere: mettiti tu un momento a impastare.

L’uomo si mise a impastare, e impasta, impasta, impasta, per la virtù del diamante non poté  toglier le braccia dalla pasta e continuò a impastare fino a giorno.

– Be’, finalmente hai finito! – gli disse lei. – Ce ne hai messo di tempo!

E lo cacciò via.

Poi disse di sì a quello dei duemila franchi , lo fece entrare appena buio, e gli disse di soffiare un momento sul fuoco, se no si spegneva. Lui soffia sul fuoco, soffia sul fuoco, per la virtù del diamante continuò a soffiare sul fuoco, gonfio in faccia come un otre, fino alla mattina dopo.

– Che modo di fare! – gli disse lei mattina, – vieni a trovare me e passi tutta la notte a soffiar nel fuoco! – E lo cacciò via.

La sera dopo, fece entrare quello dei mille franchi. – Io devo mettere il lievito, – gli disse; – intanto tu va’ chiudere la porta.

L’uomo chiude la porta, e per virtù del diamante la porta si riapre. Richiudi e riapri, passò la notte e venne il mattino.

L’hai chiusa, questa porta, finalmente? Be’, adesso riaprila e vattene.

I tre uomini carichi di rabbia, andarono a denunciarla. A quel tempo oltre gli sbirri c’erano anche le donne-sbirro che servivano per quando c’era da arrestare una donna. Così quattro donne-sbirro andarono per arrestare la sposa.

– Per virtù del diamante, – disse la sposa, – che queste donne si piglino a schiaffi fino a domattina.

E le quattro donne-sbirro presero a tirarsi manrovesci l’un l’altra da gonfiarsi la faccia di due dita ogni volta. Vedendo che non tornavano le quattro donne-sbirro con l’arrestata, furono mandati quattro sbirri a cercarle. La sposa li vide arrivare e dice: – Per la virtù del diamante, che questi uomini si mettano a saltare a cavallina, – e sull’istante, uno degli sbirri si abbassò con la schiena, un altro gli puntò le mani sulla schiena e saltò, e gli altri due dietro, e così presero a saltare alla cavallina uno dopo l’altro.

In quel momento, col suo passo trotterellante, ecco che arriva una tartaruga. Era il marito che tornava dal giro del mondo, e ritrovando la moglie, tac!, ridiventò un bel giovane e tale rimase accanto a lei fino a tarda età.

 

C’era una volta tre sorelle, giovani tutte e tre: una aveva sessantasette anni, l’altra settantacinque e la terza novantaquattro. Dunque queste ragazze avevano una casa con un bel terrazzino, e questo terrazzino in mezzo aveva un buco, per vedere la gente che passava in strada. Quella di novantaquattro anni vide passare un bel giovane, subito prese il suo fazzolettino più fino e profumato e mentre il giovane passava sotto il terrazzino lo lasciò cadere. Il giovane raccolse il fazzolettino, sentì quell’odore soave e pensò: «Dev’essere d’una bellissima fanciulla». Fece qualche passo, poi tornò indietro, e suonò la campanella di quella casa. Venne ad aprire una delle tre sorelle, e il giovane le chiese: – Per piacere, ci sarebbe una ragazza in questo palazzo?
– Signorsì, e non una sola!
– Mi faccia un piacere: io vorrei vedere quella che ha perduto questo fazzoletto.
– No, sa, non è permesso, – rispose quella, – in questo palazzo si usa che fin che una non è sposata, non la si può vedere.
– Il giovane s’era già tanto montato la testa immaginandosi la bellezza di questa ragazza, che disse: – Tanto è, tento basta. La sposerò anche senza vederla. Ora andrò da mia madre a dirle che ho trovato una bellissima giovane e la voglio sposare.
– Andò a casa, e raccontò tutto a sua madre, che gli disse: – Caro figlio, sta’ attento a quel che fai, ché non t’abbiano a ingannare. Prima di fare una cosa così bisogna pensarci bene.
– E lui: – Tanto è, tanto basta. Parola di Re non torna più indietro -. Perché quel giovane era un Re.
Torna a casa della sposa, suona il campanello e va su. Viene la solita vecchia e lui domanda: – In grazia, lei è sua nonna?
– E già, e già: sua nonna
– Dato che è sua nonna, mi faccia questo piacere: mi mostri almeno un dito di quella ragazza.
– Per ora no. Bisogna che venga domani.
Il giovane salutò e andò via. Appena egli fu uscito, le veccie fabbricarono un dito finto, con un dito di guanto e un’unghia posticcia. Intanto lui dal desiderio di veder questo dito, non riuscì a dormire la notte. Venne giorno, si vestì, corse alla casa.
– Padrona, – disse alla vecchia, – son qui: sono venuto per veder quel dito della mia sposa.
– Sì, sì, – disse lei, – subito, subito. Lo vedrà per questo buco della porta.
E la sposa mise fuori il finto dito dalla toppa. Il giovane vide che era un bellissimo dito; gli diede un bacio e gli mise un anello di diamanti. Poi, innamorato furioso, disse alla vecchia: – Lei sa, nonna, che io voglio sposare al più presto, non posso più aspettare.
E lei: – Anche domani, se vuole.
– Bene! E io sposo domani, parola di Re!
Ricchi com’erano, potevano far apparecchiare le nozze da un giorno all’altro, tanto non gli mancava niente, e il giorno dopo la sposa si preparava aiutata dalle sue sorelline. Arrivò il Re e disse: – Nonna, son qua.
– Aspetti un momento, che ora gliela accompagniamo.
E le due vecchie vennero tenendo sottobraccio la terza, coperta da sette veli. – Si ricordi bene, – dissero allo sposo, – che finché non sarete nella camera nuziale, non è permesso vederla.
Andarono in chiesa e si sposarono. Poi il Re voleva che si andasse a pranzo, ma le vecchie non permisero. – Sa, la sposa a queste cose non è abituata -. E il Re dovette tacere. Non vedeva l’ora che venisse la sera, per restare solo con la sposa. Ma le vecchie accompagnarono la sposa in camera e non lo lasciarono entrare perché avevano da spogliarla e metterla a letto. Finalmente lui entrò, sempre con le due vecchie dietro, e la sposa era sotto le coperte. Lui si spogliò e le vecchie se ne andarono portandogli via il lume. Ma lui si era portato in tasca una candela, l’accese e chi si trovò davanti? Una vecchia decrepita e grinzosa!
Dapprima restò immobile e senza parole dallo spavento, poi gli pigliò una rabbia, una rabbia, che afferrò la sposa di violenza, la sollevò, e la fece volar dalla finestra.
Sotto la finestra c’era il pergolato d’una vigna. La vecchia sfondò il pergolato e rimase appesa a un palo per un lembo della camicia da notte.
Quella notte tre Fate andavano a passeggio pei giardini: passando sotto il pergolato videro la vecchia penzoloni. A quello spettacolo inatteso, tutte e tre le fate scoppiarono a ridere, a ridere, a ridere, che alla fine le dolevano i fianchi. Ma quando ebbero riso ben bene, una di loro disse: – Adesso che abbiamo tanto riso alle sue spalle, bisogna che le diamo una ricompensa.
E una delle Fate fece: – Certo che gliela diamo. Comando, comando, che tu diventi la più bella giovane che si possa vedere con due occhi.
– Comando, comando, – disse un’altra Fata, – che tu abbia un bellissimo sposo che t’ami e ti voglia bene.
– Comando, comando, – disse la terza, – che tu sia una gran signora per tutta la vita.
E le tre Fate se ne andarono.
Appena venne giorno il Re si svegliò e si ricordò tutto. A sincerarsi che non fosse stato tutto un brutto sogno, aperse la finestra per vedere quel brutto mostro che aveva buttato giù la sera prima. Ed ecco che vede, posata sul pergolato della vigna, una bellissima giovane. Si mise le mani nei capelli.
– Povero me, cos’ho fatto! – Non sapeva come fare a tirarla su, alla fine prese un lenzuolo dal letto, gliene lanciò un capo perché s’aggrappasse, e la tirò su nella stanza. E quando l’ebbe vicina, felice e insieme pieno di rimorso, cominciò a chiederle perdono. La sposa gli perdonò e così stettero in buona compagnia.
– Dopo un po’ si sentì bussare. – E’ la nonna, – disse il Re. – Avanti, avanti!
La vecchia entrò e vide nel letto, al posto della sorella di novantaquattro anni, quella bellissima giovane. E questa bellissima giovane, come niente fosse, le disse: – Clementina, portami il caffè.
La vecchia si mise una mano sulla bocca per soffocare un grido di stupore; fece finta di niente, e le portò il caffè. Ma appena il Re se ne uscì per i suoi affari, corse dalla sposa e le chiese: – Ma com’è, com’è che sei diventata così giovane?
E la sposa: – Zitta, zitta, per carità! Sapessi cos’ho fatto! Mi sono fatta piallare!
– Piallare! Dimmi, dimmi! Da chi? Che mi voglio far piallare anch’io.
– Dal falegname!
La vecchia corse giù dal falegname. – Falegname, me la date una piallata?
E il falegname: – Oh, perbacco. Va bene che lei è secca come un asse, ma se la piallo va all’altro mondo.
– Non stateci a pensare, voi.
– E come: non ci penso? E quando l’avrò ammazzata?
– Non stateci a pensare, ho detto. Vi do un tallero.
Quando sentì dire “tallero” il falegname cambiò idea.
Prese il tallero e disse: – Si stenda qui sul banco che di piallate gliene do quante ne vuole, – e cominciò a piallare una ganascia.
La vecchia lanciò un urlo.
– E com’è? Se grida, non se ne fa niente.
Lei si voltò dall’altra parte, e il falegname le piallò l’altra ganascia. La vecchia non gridò più: era già morta stecchita.
Dell’altra non s’e mai saputo che fine abbia fatto. Se sia annegata, scannata, morta nel suo letto o chissà dove: non s’è riuscito a sapere.
E la sposa restò sola in casa col giovane Re, e sono stati sempre felici.

 

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