CONTINUITA’/TEMPORALITA’ DELLE VIOLENZE E DELLA SOPRAFFAZIONE : INTERAZIONE FRA DIVERSE FORME DI VIOLENZA ( VISSUTE PRIMA DELL’ARRIVO, NEL TRANSITO E NEI LUOGHI D’ARRIVO

Pubblicato: 5 ottobre 2017 in RACCONTI

Le donne rifugiate sono soggetti deboli e vittime del contesto socio culturale che le circonda sin dalla partenza, fino all’arrivo in un altro Paese.
L’analisi per queste attrici sociali passive, può essere fatta in chiave biopolitica , nel senso di concentrarsi sugli aspetti politici di uno Stato che regolano la vita biologica degli individui nelle sue diverse fasi e nei suoi molteplici ambiti (sessualità, salute, riproduzione, morte ).
Perchè le donne partono da sole o con figli o neonati ?
La gente comune si chiede spesso questo e come unica motivazione a questa domanda , è una risposta sbrigativa e becera : “ sono povere o stupide”.
Il problema va affrontato tenendo presente, il luogo d’origine da cui scappano. La maggior parte delle rifugiate provengono dalla Nigeria, Syria, Afganistan , paesi in cui c’è un altro tasso di violenza soprattutto perpetuato verso le donne, considerate per natura soggetti deboli e dipendi dall ‘uomo o dalla famiglia d’origine.
Paesi , in via di sviluppo in cui sono presenti norme sia ancestrali e dittatoriali, caretterizzate da una razionalizzazione e coercizione della violenza: il governo impone, il popolo esegue.
Le norme sociali e legittimizzate sono tutte quei atteggiamenti e pratiche, le quali con il tempo diventano involontarie, che una determinata cultura assume ; esempio: in Africa, è ormai radicalizzato che picchiare una donna, non è reato, allontanarla da casa perchè si ritiene che porti sfortuna alla famiglia, al villaggio o perchè abbia subito una violenza o una gravidanza indesiderata, non è considerata una pratica immorale.
Ogni forma di coercizione nei confronti della donna , quindi una dominazione sulla sua vita privata , è ritenuta una norma consetudinaria e legittimata.
Le donne rifugiate per lo più sono donne o ragazze minorenni che provengono da zone rurali dell’entroterra, avente un basso tasso di alfabetizzazione.
Donne che scappano, sentendosi minacciate per fino dalla famiglia o dai mariti, o donne sole , povere che conservano il loro spirito di sopravvivenza.
Per Fassin :

“Politica della vita significa che, il fatto di vivere, nel senso di conservare la vita, di sopravvivere, si impone come criterio di legittimità ultima dell’azione politica.
La biolegittimità è, per esempio, l’anima profonda della ragione umanitaria , che si è imposta nelle politiche migratorie.”
Quindi, non sbagliamo nell’etichettare le donne come rifugiate politiche perchè, la politica è qui intesa come l’insieme di quelle norme ed atteggiamenti personali che si mettono in atto per la sopravvienza; atteggiamenti scaturiti da una politica coercitiva e di violenza attiva nel paese in cui si vive.
Il viaggio delle donne migranti è sempre organizzato, diretto da uomini. Anche durate il tragitto , le donne sono in balia di uomini violenti, a cui esse sono assoggettate ; indebitamento, frustrazione, paura e violenza accompagnono le donne lungo tutto il tragitto : il trauma è gia in atto.
La violenza prima e durante la partenza si manifesta esplicitamente , senza tanto pudore e le donne sono ben coscienti che saranno vittime di più atti di violenza.
Non esite una sola violenza ma più violenze . Le violenze non solo distruggono ma producono , creano qualcosa di negativo .
Quali sono le molteplici violenze che producono effetti traumatici nella vita privata e politica di un soggetto migrante e/o rifugiato ?
Come ho scritto in precedenza, uno degli effetti che produce violenza, si trova nelle politiche governative nei paesi di provenienza ; la violenza politica che produce soggetti passivi, vittime della governance locale : malati, donne sole, poveri, analfabetizzati, coloro che vivono in luoghi lontani dalla società civile.
Questi soggetti sono in balia di bande ribelli, costumi ancestrali, tradizionali, in cui vige il diritto del più forte e del più prepotente e, della mafia locale.
L’emigrazioni in zone periferiche delle grandi città, non fa altro che aumentare la prospettiva di maggiore insicurezza e violenza subita.

Da una violenza politica sia personale che sociale, il passaggio ad una violenza di tipo economica è molto breve.
Le caratteristiche che evidenziano che è in atto una violenza economica sono : una competizione alle risorse naturali e ai fabbisogni primari, le ineguaglianze, le ostilità tribali, locali e transnazionali. Tutto questo produce conflitto sia interno ad uno Stato che esterno; dalla colonizzazione di fine ‘800 al fenomeno della globalizzazione in cui le grandi potenze mondiali vogliono espandere il loro predominio sia governativo sia economico oltre i loro confini.
L’incapacità dei governanti dei paesi più poveri, la loro avidità personale causano conflitti interni ed emigrazioni come anche l’immigrazione verso l’estero.
“ L’economia della violenza e della guerra individua un altro ambito tematico prezioso laddove prende in esame la riproduzione e l’intreccio strutturale fra vio-lenza e mercato, fra conflitti locali ed economia globale: è questo intrec-cio perverso che perpetua conflitti militari al di là di ogni ragione politi-ca o ideologica, ed è ancora questo intreccio che inesorabilmente tra-sforma in modi di predazione le relazioni sociali, i rapporti di potere o le forme culturali .”
(cfr. Mbembe infra, pp. 66-69)
Donne, uomini , bambini, nascono crescono e vivono in un contesto violento, in una continua predominanza coercitva e assoggetivante in cui obbedire è una norma sociale e culturale ; obbedire al capo villaggio, poi al prepotente del quartiere, poi ai governanti, poi ai ribelli.
L’obbedienza, altra forma di violenza produce dipendenza: dipendere da qualcuno e dallo Stato.
Perchè scappare se è del tutto “normale”, per alcune persone subire queste violenze ?

I rifugiati politici scappano per la propria incolumità o per quella dei propri figli ; non emigrano seguendo un progetto economico ma il loro è salvifico.
I rifugiati politici, coloro che scappano da guerre, conflitti, epidemie o persecuzioni legati all’appartenenza etnica, religiosa o politica sono alla ricerca di una “cittadinanza biologica “, nel senso di trovare un luogo , dove le leggi di quel Paese possono tutelare i diritti degli esseri umani e restituirgli i connotati di cittadini, attori sociali che vivono e partecipano all’interno di una società civile.
Le donne partono con pochi soldi in tasca, qualche vestito addosso e, a volte avranno con sè documenti falsi, nella speranza di trovare un mondo migliore. Attraverseranno vari Stati africani o asiatici, saranno stuprate, in cambio di un lascia passare, verrano anche detenute in alcuni lager estemporanei e altre cadranno nel mercato della prostituzione.
“ Come nascono i lager ? Facendo finta di niente . “ (Primo Levi )
I lager sono centri di detenzione temporanea dove molti rifugiati vengono trasportati, dopo una cattura nel deserto.
Nascosti nel deserto, i rifugiati si affidano a uomini organizzati che gli promettono, in cambio di soldi di raggiungere le coste libiche o del Marocco , per partire in seguito verso L’Europa.
Questi uomini sono mecenati e/o criminali organizzati, che prelevano , violentano, picchiano donne e uomini e li trascinano nei lager.
Nei lager in Libia, subiscono ogni tipo di violenza : tortura, violenza sessuale, elettro shock, sequestri con richieste di riscatto, paura, umilazione , mancanza di cibo.
Sul volere degli Stati europei , i rifugiati rimango nei lager per molto tempo, ammassati, denutriti, senza ricevere spesso, assistenza sanitaria. Molte donne partoriscono in questi lager, altre cadono in depressione, avendo perso figli o rendendosi conto che la speranza è qualcosa di illusorio, altre hanno problemi mentali e altre ancora tentano il suicidio.

Per salvarsi , le donne devono continuare ad essere vittime, di violenze e dipendere dalle decisioni degli uomini.
Il trauma accompagna le donne e uomini rifugiati in tutto il loro percorso di fuggitivi.
Le violenze subite prima della partenza e durante il tragitto , hanno creato un trauma, una lacerazione tra il sè identitario, legato al paese od etnia d’origine , al sè estemporaneo, del momento, del qui e dell’ora. Uomini e donne che non possono tornate indietro e non possono avanzare, senza il volere altrui.
Per coloro che riescono ad arrivare sulle coste italiche, saranno accolti nei centri di prima accoglienza (CDA e CARA) , dove riceveranno cure e assistenza, verrano identificati e smistati in altri centri di seconda accoglienza in altre regioni d’Italia (Sprar).
All’arrivo, nella tanta agogniata terra Italica , i rifugiati dovranno affrontare un altro aspetto relativo al loro viaggio, mai considerato prima, quello burocratico e amministrativo della governace locale: documenti, carte che identificano la persona e soprattutto il racconto delle propria esperienza.
Se prima dell’arrivo, ai rifugiati non era consentito raccontare, confrontarsi, sfogarsi delle violenze subite ed esperienze vissute durante i tragitto, ora la loro storia personale può salvargli la vita : più è drammatica ed intrisa di violenza il loro racconto, più si ha la possibilità di essere trasferiti in centri più protetti e ricevere più aiuti.
La rievocazione del trauma assume un aspetto salvico; raccontare le esperienze vissute potrebbe cambiare la situazione del rifugiato.
“ La piega compassionevole e caritatevole assunta da sistemi di welfare sempre più condizionati costringe a raccontare e a documentare la propria difficoltà estrema, per riuscire a sfruttare le residue elargizioni di un’amministrazione sempre più discrezionale, che mescola continuamente giustizia e pietà nelle proprie griglie di valutazione.
Nel gioco continuo di “costruzione di sé e di sottomissione allo Stato”, nel “doppio processo di soggettivazione e assoggettamento”, la vita diventa così il terreno sul quale si gioca la legittimità morale e politica della propria presenza
violenza politica esplicita, in cui lo Stato costringe ad esibirsi continuamente come vittima, e di violenza strutturale implicita, attraverso l’incorporazione di un passato e di un presente violenti ”. (Fassin )

In questa forma di assoggettivazione della propria vita intima , compare un obbligo veltato, nell’esporre le proprie fragilità, per ottenere un probabile accesso ad una nuova vita.
Le donne rifugiate, se sono in uno stato di gravidanza o hanno con sè figli minori, sono più avvantaggiate rispetto agli uomini soli ma l’arrivo non si prospetta come lo si era immaginato.
Altri lager, o meglio detti come centri di permanenza temporanea (CPT), altro periodo di speranza e di sopravvienza .
All’interno dei lager, ci sono donne di diversi paesi, di lingue e di religioni differenti , che vengono ammassati in stanzoni in attesa di una carta che le permette loro di uscire.
All’interno di questi centri si creano conflitti interni tra le rifugiate : per una banalità può scaturire una lotta furibonda; si creano gruppi di donne che si schierano contro altre donne, gruppi predominanti e minoritari.
Donne diverse tra loro ma con una stessa caratteristica comune : il trauma di ciò che hanno vissuto, e di quello stanno attendendo.
Se alla partenza erano libere di circolare, all’arrivo in un paese straniero, le donne rifugiate vengono rinchiuse e ri- identificate senza alcun motivo; la loro una colpa è quella di aver deciso di fuggire.
I centri di seconda accoglienza , sparsi nelle diverse regioni d’Italia, sono caserme militari dismesse, case private, oratori, alberghi. Ogni rifugiato sarà inserito in progetto di durata annuale o biennale, a seconda del vissuto narrato.
C’è chi svolgerà dei lavoretti in nero, chi volontariato , chi non svolgerà alcuna attività.
Le donne rifugiate andranno in centri di accoglienza solo per donne per evitare che finiscano nel mercato della prostituzione; riceveranno assistenza medica per sè e i propri figli; alcune scapperranno da questi centri perchè pensano che fuori ci sia di meglio, altre impazzirranno perchè vorrebbero tornare a casa.
I loro figli sarrano dati in affidamento temporaneo o alcuni riportati in Africa, con l’aiuto di parenti che già vivono da molti anni in Italia.

In conclusione, le donne e gli uomini rifugiati continuano a subire violenze di tipo sessuale, politico, economico e coercitivo sviluppando traumi legati alla sfera identitaria e sociale durante tutto il percorso del viaggio e continua anche all’arrivo sulle nostre coste.
I rifugiati non hanno alte prospettive di vita ma il loro stasus sociale sarà sempre precario, marginale e da fuggitivo; sono considerati i nemicici, i portatori di malattia, i ladri , i parassiti.
Non esiste una politica d’inclusione per i rifugiati politici che approdono in Italia, non ci sono servizi sociali che permettono una loro effettiva integrazione al nostro tessuto sociale e lavorativo ma, solo progetti d’assistenza temporanea.
E’ necessario la consegna di servizi sociali di base che coinvolgono attivamente le persone nel processo attraverso la costruzione di un legame tra lo sviluppo locale sociale e lavorativo , l’erogazione dei servizi e la partecipazione di persone: rendere partecipi e coinvolgere i rifugiti nelle attività sia nei centri d’accoglienza, sia in ambiti fuori da questi.

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