AFRICANI IN UNA YURTA

Pubblicato: 27 marzo 2018 in RACCONTI

Cosa ci fanno degli africani in una Yurta, in Südtirol ?

Il tutto è nato tramite rete, dove la maggior parte dei giovani e meno giovani si incontrano e scontrano  riguardo ad argomenti che li appassionano di più.

Afroconnessioni , come dice la parola, è un gruppo chiuso  in Facebook dove i membri relazionano tra di loro e sono tutti di origine africana : afro- italiani, afro- latin americani, immigrati, ragazzi di seconda generazione e adottati.

La maggior parte dei membri sono studenti, studiosi o social worker, comunque sensibili alle politiche sociali, antirazziste e di “inclusione “.

Gli argomenti  discussi sono quelli più in voga in questo periodo, inerenti al fattore pelle nera : identità, discriminazione, razzismo, ius soli. Ci si scontra o si scoprono diverse modalità di affrontare la vita e il razzismo.

Le tematiche più infuocate riguardavano ” solidarité entre nous “, essere neri o africani , come difendersi da un affronto razzista ,  essere africani razzisti e /o fascisti .

Gli afrodiscendenti italiani , non sono uguali nonostante mangino  la stessa pasta, parlino la stessa lingua ma, il loro modo di affrontare la vita dipende soprattutto dal contesto sociale d’appartenenza e di vissuto, che è  dove si sviluppa la loro cultura locale: la scuola, il lavoro, i luoghi d’aggregazione.

Gli afrodiscendenti del sud , del centro, del nord sono gli italiani del sud, del nord e del centro: dialetti diversi, timbri e accenti diversi ma esperienze simili.

Africani che nascono in Italia , ripeto africani che nascono in Italia, che cosa hanno d’africano ? Il colore della pelle, caratteristiche fisiche equiparabili all’etnia africana o perchè parlano la lingua  dei genitori o mangiano cibo africano ?

Molti non sono nemmeno  andati in Africa, non parlano la lingua dei loro antenati , non conosco la storia , i proverbi, la musica o l’odore della terra madre , chiamata Africa, però si sentono africani quando si trovano tutti insieme o in chat.

Ogni membro può pubblicare un post o commentare quello di altri  anche pur non avendo molto ritegno: chi insulta o critica  più volte il gruppo o qualcuno d’altro viene estromesso.

La chat e il commentare alla carlona, in un  forum auto-disciplinato ( nel senso che ognuno osserva le regole personali ) è tipico del meccanismo alla black mirror  in  Facebook: non so chi sei, non so cosa fai, ma posso insultarti perchè le parole scritte rimangono in una dimensione eterea; posso esprimere il mio pensiero con rabbia o con toni forti verso qualcuno d’altro perchè è improbabile che  ne consegua uno scontro fisico o verbale face to face. Questo spinge nel  liberarsi la  “mente” velocemente e con impulso, caratteristica che riguarda tutti i frequentatori di Facebook.

La chat è il metodo più diffuso per unire più persone e a connetterle in un gruppo : il chiacchiericcio funziona anche online.

Personalmente sto sperimentando in Facebook, con un gruppo ristretto di donne di origine straniera, un altro metodo: proporre argomenti relativi  alla condizione della donna straniera in Italia e discuterne, senza commenti  vacui o critiche senza senso; ma non funziona. Pur avendo la possibilità, per le donne del gruppo, tutto il tempo necessario per esprimere il proprio pensiero in maniera ponderata alle tematiche proposte, non lo fanno.

Il tempo e la voglia di emergere sono elementi fondamentali per creare un gruppo sia online sia nel mondo reale e in  relazione a questi elementi,  il gruppo Afroconnessioni si è ritrovato in Südtirol.

In Südtirol,  la prima lingua parlata è il tedesco, poi l’italiano e infine l’inglese. Sentire africani e  altri immigrati che parlano con l’accento tedesco, ti fa capire che il mondo non è un territorio delimitato da linee ma dentro questo spazio determinato c’è un melting pot di culture e di lingue parlate diverse tra loro.

Durante il week end ci sono stati due gruppi di lavoro organizzati in modo differente e da organi diversi. Un gruppo, gestito da Afroconnessioni  era formato da membri scelti dall’ amministratore del forum in Facebbok: ragazzi afro-italiani, di seconda generazione, che sono a loro volta studenti , liberi professionisti, social worker e studiosi; l’altro gruppo invece era organizzato dalla Rete Contro i razzismi in Alto  Adige, condotto da una donna keniota altoatesina con afro-italiani, migranti e rifugiati adulti.

L’incontro per  Afroconnessioni  è stato  fatto per delineare la creazione di un movimento e del management interno : know- how, formazione , mission e coordinamento.

Mentre per Rete Contro i razzismi in Alto Adige l’interesse era rivolto all’empowerment personale e collettivo.
I gruppi erano entrambi eterogenei perchè i partecipanti avevano percorsi sia migratori , sia di vita diversi ma di età differente.
Gli adulti sentono ancora il bisogno di autodefinirsi, di acquistare sicurezza in sè stessi, di creare rete, prima di esporsi pubblicamente ma ciò non significa che non sentano la necessità che i loro diritti e la loro esistenza come essere umani,  vengano rispettati.
Il gruppo dei più giovani di Afroconnessioni, è più intrepido nel “combattere” ogni forma di razzismo  e di discriminazione , mettendoci anche la faccia.
Gli adulti devono proteggere sempre qualcuno, i giovani sono protetti da qualcuno .
Forse è questa la differenza di audacia nell’affrontare i piccoli o grandi razzismi quotidiani.
Anche la metodologia utilizzata durante gli incontri differisce l’una dall’altra: dall’ascolto reciproco seduti in cerchio , avvenuto nella Rete Contro i razzismi , a valorizzare e designare ruoli d’importanza , nel gruppo di Afroconnessioni: equality of opportunity nell’esporre il proprio pensiero finalizzato ad un semplice confronto ad know how personale e competitivo per emergere nel gruppo.

Due urgenze diverse riportate in un territorio sul confine in cui l’identità è ben diversa dalla cittadinanza: essere cittadino italiano ma non padroneggiare la lingua italiana , essere altoatesino ma non avere la cittadinanza che rispecchia la propria identità; essere italiano ma non avere la cittadinanza che rappresenti ciò che ci si sente di essere.

 

Qualcosa d’africano forse ho assaporato, la yurta che  da un improvviso ricordo vago e remoto dell’Africa, l’ho paragonata ad una capanna calda ed accogliente.

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